Sanremo 2019, le pagelle della 1° serata: top e flop

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Sanremo 2019 ha rivelato le melodie dei 24 brani inediti della nuova edizione. Il sistema di voto ha decretato la classifica provvisoria divisa in tre zone di gradimento. Ecco le pagelle di Zon.it

Sanremo è sempre Sanremo, si è vero, ma quest’anno le canzoni non sono sempre le stesse. Il secondo Festival di Claudio Baglioni si è dimostrato essere un contenitore ricco di sorprese. Alcune belle, altre meno entusiasmanti. Tra problemi (imbarazzanti) di audio, vuoti di scena ed alcune indiscusse conferme, ecco il resoconto della prima serata con le relative pagelle.

Francesco Renga – Aspetto che torni: Non è facile rompere il ghiaccio, soprattutto se hai la responsabilità di aprire il Festival di Sanremo. Eppure Renga non si smentisce mai. Performance tecnicamente corretta di un brano cucinato a puntino. Forse manchevole di un refrain che possa far la differenza. 6,5

Livio Cori e Nino D’angelo – Un’altra luce: Verrebbe da dire di “un’altra direzione”. Questo inedito duetto è giusto nell’intenzione che è propositiva e matrice di un sound gradevole e di un testo azzeccato. Peccato che nella mise en place i due abbiano viziato con un’esecuzione poco curata una buona canzone. 5,5

Nek – Mi farò trovare pronto: Il titolo è quasi profetico se riferito all’esibizione. Si è fatto trovare pronto in un mood in cui funziona tutto. Voce, presentazione visiva e testo. Convincentemente mosso da quell’irresistibile scia pop-rock alla quale ci aveva già abituato con ”Fatti avanti amore”. Questa volta Nek non scivola in alcun cliché e aggiunge quanto tolto nel 2015. Buona la prima. 8

The Zen Circus – L’amore è una dittatura: Come ogni brano che manchi di ritornello si dimostra coraggioso. Se a questo appunto impavido si aggiunge un testo quasi flusso di coscienza ne viene fuori un prodotto interessante. Impattante sul pubblico  che resta stregato da una coreografia ben studiata. 7

Il Volo – Musica che resta: Se l’obiettivo doveva essere quello di superare ”Grande amore” è stato raggiunto. La più sanremese del Festival e insolitamente “non classica”. La rivoluzione anticipata e concretata dal trio messa a battesimo dal graffio rock della Nannini. Ottima l’esecuzione apprezzatissima dalla platea. Quando di mezzo c’è Il Volo è difficile restare con i piedi per terra. 8,5

Loredana Bertè – Cosa ti aspetti da me: Penalizzata da imbarazzanti problemi di volume, la Bertè affronta con prontezza il palco, confezionando un’esibizione sufficientemente efficace, tanto da piazzarsi nella zona alta della classifica provvisoria. Si avverte la penna di Curreri. 7

Daniele Silvestri – Argento vivo: Scotta come l’argento fuso questo pezzo che affronta la delicata tematica dell’estraniazione adolescenziale vissuta dietro le sbarre di un carcere. Pazzescamente strumentale, senza dubbio il miglior Silvestri. Interpretazione ed intensità da 8.

Federica Carta e Shade – Senza farlo apposta: Nonostante siano due note presenze tra i giovani, l’emozione della prima non ha giovato alla messa in scena di un brano debole nel testo, forte nel ritmo che strizza l’occhio alla radio. 6

Ultimo – I tuoi particolari: Ascoltare Ultimo è un’esperienza quasi sempre piacevole. Rime, melodia e testi non sono mai scontati. Nonostante la giovane età dell’artista è tra le novità più brillanti ed interessanti della discografica italiana. A Sanremo fa la sua gran figura con un brano d’amore cantato bene al pianoforte. 7,5

Paola Turci – L’ultimo ostacolo: Di bianco vestita, meno candida è la sua esibizione troppo poco precisa. Il ritornello va su, forse troppo per una brava interprete visibilmente presa dal pezzo. Il brano è di grandissima potenzialità e le sta bene addosso, ma va riascoltata. 6,5

Motta – Dov’è l’Italia: Reduce dal premio Tenco, porta all’Ariston un guizzo furbo, ma poco calibrato. Il mix intro-politico rende il brano interessante, tanto da fa venir voglia di scoprirne i particolari. I problemi di intonazione non passano inosservati eppure il ritornello ne viene fuori pulito facendo funzionare il resto. 6,5

Boomdabash – Per un milione: Un pezzo che senza troppe remore punta a restare in radio il più tempo possibile. Un divertente modo di raccontare l’amore che ben si sposa con un motivetto accattivante e contagioso. Viene voglia di cantarla. 6

Patty Pravo e Briga – Un po’ come nella vita: L’intesa poteva essere perfetta se non fosse stato per i 2 minuti di fermo sul palco dovuti a problemi tecnici. Dal ricettario delle canzoni d’amore viene fuori questo piacevole antidoto contro la leggerezza delle parole. È una canzone che ha bisogno di una seconda possibilità. 7

Simone Cristicchi – Abbi cura di me: È un brano che non rivela grandi sorprese. Il Cristicchi in versione introspettiva aveva già convinto con ”Ti regalerò una rosa”. Questa volta la drammaturgia del testo vince sulla musicalità stessa che è quasi assente. In un contesto teatrale è il massimo che ci si possa aspettare, fuori è per pochi. 7

Achille Lauro – Rolls Royce: Un rapper che gioca a fare il rocker. Una contaminazione mai vista prima a Sanremo. È bene premiare la novità. Certamente da non lodare è la performance, imprecisa in più punti, in ripresa in alcuni giri dal piglio punk. 6

Arisa – Mi sento bene: Con questo pezzo Arisa ha dimostrato di essere in grado di far tutto. Spazia dalle atmosfere fiabesche, quasi Disneyane dell’intro alla carica esplosiva nel refrain dance. Anche per lei qualche difetto di esecuzione, ma in un complesso ben messo insieme,  le è perdonato. 7

Negrita – I ragazzi stanno bene: La storia del gruppo li precede. I Negrita sul palco di Sanremo non fanno niente che possa tradire uno stile tanto riconoscibile quanto efficace. La tematica dell’immigrazione è affrontata da dietro un vetro coperto di pioggia. Restituisce immagini sfocate ed umide. 6,5

Ghemon – Rosa viola: Un pezzo urban style che ha insita in sé una buona coloritura di testo. Peccato per l’esibizione, tormentata da un audio ancora una volta sbagliato e determinante ai fini di un giudizio completo. Forse può meritare la sufficienza, ma prima deve ripassare dal via. 5

Einar – Parole nuove: Di nuovo c’è ben poco. A partire da un testo banale appesantito dal solito vocabolarietto amoroso. L’intonazione buona in alcuni punti, in altri nulla di entusiasmante. Non regge il confronto con un palco importante come quello di Sanremo. 5,5

Ex-Otago – Solo una canzone: Tradurre la parabola discendente della routine amorosa non è cosa semplice e lo sa bene questa band che per l’intenzione e l’impegno andrebbe premiata. La canzone è l’idea giusta raccontata nel modo sbagliato. 4,5

Anna Tatangelo – Le nostre anime di notte: Fa la sua bella figura dimostrandosi un’artista che sa ben stare sotto i riflettori. La tentazione di voler accostare al testo riferimenti biografici stuzzica l’ascolto che resta alto durante tutto il tempo dell’esecuzione. 6

Irama – La ragazza con il cuore di latta: Interessante esibizione accompagnata da un coro gospel che teatralizza drammi pesanti e asfissianti come la violenza, la malattia e l’incesto. Si torna a respirare in un ritornello lasciato a metà tra il ricordo e la risoluzione attraverso l’amore. Un brano da capire e apprezzare gradualmente. 7

Enrico Nigiotti – Nonno Hollywood: un carillon dei tempi che furono che intona un percorso narrativo degli anni visti dagli occhi di un nipote nostalgico. Palpabile l’effetto retrò che ben si sposa con una melodia radiofonica. 6,5

Mahmood – Soldi: Un bel miscuglio di tempi extra beat ed altri meno incisivi. Decisamente moderna l’idea, meno il prodotto finale. Tutto sommato piacevole. Coraggiosa la scelta di non ricorrere all’autotune. 6,5