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Schianto dell’Airbus, paradosso della libertà?

Il tragico schianto dell’Airbus in Francia ha scosso il mondo. Strage voluta o anche paradosso della libertà? 

Parlare di strage per un cronista, un politico, un intellettuale, un medico, un cittadino comporta un certo livello di empatia, che poi sfocia nella rabbia e nello stordimento collettivo. Lo schianto dell’Airbus non si è sottratto alle polemiche, alle supposizioni, alle individuali meditazioni post strage, né alla corsa mediatica per comprendere le reali motivazioni che hanno voluto e portato a ciò che non doveva succedere. Il pilota era sano o depresso? Ha voluto la strage? Perché? Come viveva, cosa faceva, cosa pensava? Domande legittime, che alimentano l’attesa delle risposte vere, concrete, e che spingono il lettore o il telespettatore a seguire un dibattito che coinvolge il mondo intero.

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Schianto Airbus, Andreas Lubitz

«Per l’amor di Dio, apri la porta!». Sono queste le ultime parole del comandante della Germanwings, rivelate dalla scatola nera dell’aereo caduto sulle Alpi. Lo riferisce la Bild am Sonntag. Secondo il tabloid, nella registrazione si sente urlare anche «Apri questa maledetta porta!».  La personalità di Andreas Lubitz oscilla tra normalità e depressione, dolce e in crisi nel rapporto di coppia, appassionato di volo e Alpi ma tormentato dal futuro. Amava il suo lavoro, ma soffriva per le pressioni che riceveva dalla Lufthansa; sapendo della sua depressione avvertiva la difficoltà, l’impossibilità di curare le sue aspirazioni professionali.

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Faceva uso di psicofarmaci, ritrovati dagli investigatori nel suo appartamento, così come un certificato di malattia per il giorno del volo della tragedia, mai presentato. Della sua malattia non sapevano i datori di lavoro, scatenando le dispute sulla serietà dell’azienda sui social network, incapace di gestire il personale. E poi, quella frase che sta circolando e incuriosendo l’opinione pubblica: «Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno», come aveva confidato alla sua fidanzata, hostess con cui aveva una relazione non ufficiale.

La depressione diagnosticata dai psichiatrici è la sindrome da burnout, una malattia che coinvolge il cervello in qualsiasi momento, portando all’alterazione del giudizio e della critica personale, che non si può individuare, perché il malato appare normale. Nel caso di Andreas Lubitz il suicidio prende le sembianze di una strage premeditata, non sappiamo se molto prima oppure nell’arco di poco tempo durante il volo, perché è il tipo di depressione diagnosticata che nega alcune conferme chiare sulle sue condizioni psicologiche. Sappiamo che Andreas aveva disturbi, che non si manifestano nella sua quotidianità, né sul lavoro.

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Schianto Airbus in Francia

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Se proviamo però a superare i fatti, a ragionare sulla malattia del giovane pilota, lo schianto dell’Airbus può stimolare anche una diversa chiave di lettura. Consapevoli del dovere morale di essere attinenti ai fatti, a ciò che accade, senza perdersi in teorie da salotto, non resta che riflettere sul termine “libertà”, che oggi consumiamo voracemente, chiamandola a noi tutte le volte che qualcuno o qualcosa prova a sottrarcela. Andreas Lubitz ha avuto la libertà di annullare il diritto alla vita dell’altro per difendere la sua, che si traduce in fuga verso la morte, così come gli psichiatri affermano nei casi vittime di questa forma di depressione? Un malato non si può giudicare, ma forse si può analizzare il contorno che porta ai disturbi mentali. 

La sindrome da burnout è causata dallo squilibrio tra un amore ideale verso il lavoro scelto e la tragica constatazione di non ritrovare quegli ideali e quegli stimoli adeguati in cui riflettersi. L’ostilità, lo scoraggiamento, lo stress e la spersonalizzazione dell’uomo in un ambiente lavorativo in cui investe le sue energie e il futuro, provoca il disinteresse e l’annullamento dell’altro. Non è raro oggi dialogare con tale realtà umana, perché non solo la passione verso qualcosa è un difetto di fabbrica, ma viene violentata dall’effetto “crisi”, volto a giustificare scelte dettate dal vertice che materializzano l’individuo in una macchina lavorativa. Se qualcuno ricorda Tempi moderni di Charlie Chaplin, non fa un’associazione sbagliata.

In tutto questo, cosa c’entra la libertà e cosa il paradosso? 

Quanto ci illudono di essere nella democrazia, di essere cittadini liberi di pensare ed esprimersi. Quanto ci siamo illusi di praticare le nostre passioni e di poterle donare alla società. Quanto ci insegna lo schianto dell’Airbus in Francia. 

Il Mito di Protagora di cui parlava Platone supporta proprio la tesi di un’uguaglianza collettiva, che attinge dalle capacità di ognuno per costituire la base del buon governo. Il filosofo greco però, ribalta questo pensiero politico, in quanto negazione della naturale disuguaglianza degli uomini e del principio di competenza, cioè il possesso del sapere.

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Schianto Airbus

Il conflitto tra chi possiede il sapere e chi lo somministra alla società rappresenta la modernità del pensiero platonico, che ancora oggi potrebbe destare l’attenzione e aiutarci a comprendere, con una certa rabbia collettiva, quanto siamo ogni giorno vittime della finta democrazia, che è sfociata nella tirannide. Platone temeva l’abuso della libertà, in quanto segno tangibile di una corsa verso la morte di se stessa, affidandosi inevitabilmente ad un difensore tiranno, che va ad annullare le singole autonomie costruite dalla democrazia.

Andando oltre, in un’operazione di sapiente avvicinamento verso il pensiero politico-filosofico di Platone, la libertà individuale passa anche, in alcuni casi soprattutto, dalla massima espressione professionale. Più vicino a noi, Freud individuava nelle perversioni sessuali anche un mancato compimento della libido in ambito lavorativo. Quando è la passione a muovere il senso del lavoro nell’uomo, allora dovrebbe esistere una coscienza collettiva capace di sostenere quell’energia, di proteggerla e di difenderla. È un paradosso della libertà, infine, quando un uomo decide di annullare il diritto alla vita dell’altro, uno o 150 persone non fa la differenza, perché è bastato il pensiero premeditato di portare allo schianto dell’Airbus a manifestare la distorta visione della libertà tramandata nel tempo.

Chi si assume la responsabilità di tutelare la libertà d’espressione lavorativa, nel rispetto della persona? La vera strage, quella che deve indignarci, non è solo la reazione esagerata di Andreas Lubitz, ma il sistema che ha portato il giovane copilota a perdere interesse nel suo lavoro, a odiarlo e a desiderare la morte della sua passione. Platone parlava di rispetto e di senso di giustizia come abilità politiche donate da Zeus per controllare la sopraffazione tra gli uomini. Andreas Lubitz ha, idealmente, sopraffatto la vita di 150 persone, ma prima chi ha strumentalizzato il suo senso di libertà?

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Updated on 29 September 2020 - 08:31 08:31