Nelle sale italiane Sicilian Ghost Story, la recensione del film



Sicilian Ghost Story
Sicilian Ghost Story

Grassadonia e Piazza, in Sicilian Ghost Story, trasfigurano la tragedia senza fine della mafia in una chiave insolita e riuscitissima aperta al fantastico

E’ uscito giovedì 18 maggio nelle sale italiane il secondo lavoro a cura del duo Fabio Grassadonia – Antonio Piazza, il cui titolo è Sicilian Ghost Story.

Una pellicola intrigante e moderna capace di entusiasmare pubblico e critica; presentato alla “Semaine de la Critique” proprio come era accaduto quattro anni fa con “Salvo”, opera prima dei due registi siciliani in cui due giovani sconosciuti parlavano di mafia, cecità e conquista faticosa di una consapevolezza contro il silenzio criminale, Sicilian Ghost Story racconta, ancora una volta, una storia di mafia con il paesaggio siciliano a fare da contorno e non solo.

La storia è ispirata ad un evento di cronaca, il rapimento, nel 1993, di Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito ordinato da Giovanni Brusca di cui il padre del ragazzino, Santino, era uno degli uomini, per impedirgli di continuare a collaborare con la giustizia.

Da queste premesse, dunque, prende corpo la trama di una pellicola coraggiosa che, tra i tanti meriti, ha senz’altro anche quello di aver nuovamente mosso i propri passi nei confronti di un genere filmico – quello del fantastico – che, a partire dagli anni Settanta, registi e produttori italiani hanno progressivamente abbandonato soprattutto per ragioni economiche.

Grassadonia e Piazza, dal canto loro, realizzano un film sì tendente al fantastico ma di matrice prettamente artigianale.

Riescono in questa vera e propria impresa grazie ad un soggetto solido e alla geniale caratterizzazione del personaggio di Luna, compagna di scuola di Giuseppe, decisa come nessuno mai a salvare la vita del suo amato nonostante l’indifferenza del selvaggio mondo degli adulti e delle istituzioni. 

L’analisi del film

Sicilian Ghost Story

Sicilian Ghost Story e la modernità cinematografica : un connubio realizzato.

Grassadonia e Piazza sono riusciti, con la loro seconda opera, a trasfigurare all’interno di un personale e funzionante dispositivo diversi generi cinematografici, dal fantasy al teen movie, dal mondo letterario italiano alla favola gotica di matrice anglosassone, ottenendo qualcosa di nuovo e rivoluzionario per i nostri schermi.

Infatti, se da una parte i registi allineano uno dopo l’altro situazioni e personaggi che sono archetipici dei riferimenti appena menzionati (valga per tutti la figura della madre di Luna, gelida e distante come la matrigna di Cenerentola, oppure il cane “cerbero” a fare da guardia “all’entrata dell’inferno”), grazie anche al supporto della fotografia di Luca Bigazzi si assiste a un’interpretazione degli stessi in chiave personale e attraverso uno sguardo che permette alla storia di mantenersi in perfetto equilibrio tra realtà e fantasia.

Così, accanto a una versione cosiddetta “reale” della vicenda, quella collocata in un paese qualunque dell’entroterra siculo e avente come protagonisti due adolescenti, come altri animati da sentimenti ed emozioni che, a secondo dei casi, vivono di certezze e del loro contrario, c’è n’è una seconda, magica e misteriosa, scaturita dal trauma provocato dall’improvvisa scomparsa di Giuseppe e dal dolore di Luna che lo cerca nel bosco dove, all’inizio del film, si sono innamorati.

Tutt’altro che netta, tale bipartizione è costruita sul piano visivo secondo piani comunicanti che non riguardano come ci si aspetterebbe dalla semplice contrapposizione tra civiltà e natura ma trovano coerenza nella capacità immaginifica dei due ragazzi che si manifesta senza soluzione di continuità tanto tra le mura di casa (quella di Luna, organizzata su più livelli che corrispondono ad altrettanti stati di coscienza) quanto in mezzo alla “selva oscura”, rappresentata dal paesaggio naturale in cui è ubicata la prigione di Giuseppe.

Proprio alla memoria di Giuseppe Di Matteo, il bambino sciolto nell’acido dai sicari della mafia, è dedicato il film di Fabio Grassadonia ed Antonio Piazza.

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