the whispers

The Whispers è giunta al terzo appuntamento televisivo, la trama arranca strizzando l’occhio alla retorica made in U.S.A.

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            Dopo aver visto sul canale Fox Cosa c’è Sotto e Sagittario, rispettivamente il quinto e il sesto episodio della serie tv The Whispers, prodotta da Steven Spielberg, sono rimasto basito, disorientato.

            Quando si parla di alieni e fantascienza ci si aspetterebbe da Spielberg un prodotto, televisivo o cinematografico, da non perdere assolutamente. È vero che, il famoso regista in questo caso, ricopre i panni di produttore, ma le aspettative restano comunque alte quando si pronuncia il suo nome. Dopo aver guardato, per circa ottanta minuti, The Whispers, si giunge alla conclusione di aver perso del tempo prezioso, il quale poteva essere impegnato per fare altro.

            Innanzi tutto gli stereotipi. Tali convenzioni, nel cinema, vengono adoperate per rendere chiaro il linguaggio del prodotto e per semplificare il processo di elaborazione dello spettatore. Quando si abusa di certi espedienti cinematografici/televisivi il risultato è quello di rendere una serie come The Whispers poco veritiera. In tal modo il telespettatore non si fidelizza con il titolo. È come può farlo se gli stereotipi riescono a mettere persino la verosimiglianza in secondo piano?

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Henry Benningan

            In The Whispers si celebra il trionfo della borghesia americana: sono tutti (più o meno) belli, le donne sono brave casalinghe e madri premurose, le quali colloquiano tra loro sorreggendo un calice di vino bianco. Gli uomini sono ligi al dovere e rincorrono la verità, perché in gioco c’è la sorte dell’intero Paese. I bambini sono intelligenti e ubbidienti, a parte le volte che hanno a che fare con Drill, entità per ora sconosciuta. Le case sono grandi, lussuose e tutti guidano una bella automobile.

            Ci sono altre due cose che fanno riflettere mentre si guarda The Whispers: il rimando ad altre serie tv e la propaganda ormai stantia degli americani. Ma procediamo con ordine.

            Sia chiaro, l’industria televisiva, come quella cinematografica, ci ha insegnato che la stessa idea può dare vita a una gran mole di storie, può essere osservata da molti punti di vista. Detto questo affermo di aver avuto un vero e proprio deja vou. La funzione dei tatuaggi di John Doe/Sean Benningan rimanda in un certo senso a Michael Scofield di Prison Break; il parlare di alieni, la riservatezza e i luoghi segreti ricorda la più longeva X Files, The Whispers è meno noir; la determinazione di Claire Benningan può essere paragonata a Erika Evans di V (remake della già conosciuta Visitors).

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John Doe e il meteorite

            Veniamo ora al secondo punto, il più delicato, la propaganda americana. In un vecchio film sugli alieni, Essi Vivono (1988), un certo John Carpenter raccontava di extraterrestri che si erano inseriti nella società e la gestivano, per muovere una dura critica al consumismo. In The Whispers la cosa è un po’ più complessa: sono tempi duri quelli che viviamo oggi, il mondo (reale) si trova in una crisi perpetua mentre i governi di tutte le nazioni stanno a guardare.

            E allora il modo migliore per spostare l’attenzione dalle responsabilità è creare la paura. Innanzi tutto paura dell’estraneo: in The Whispers l’estraneo è l’essere alieno, nel mondo reale è il migrante. Ma gli americani vanno sul sicuro e giocano la carta vincente, ovvero, la paura di una esplosione nucleare legata al terrorismo di matrice medio-orientale. Se per il primo esempio c’è bisogno di fare una analisi simbolica, nel secondo esempio gli elementi sono palesi.

            La trama di The Whispers sta portando a nuovi sviluppi, per il momento non ci è dato sapere quali. Siamo sicuri solo di alcune cose e le avete lette poc’anzi.

            Articoli su The Whispers (qui e qui). Informazioni sul canale Fox (qui)

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