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La transizione ecologica sarà uno dei pilastri, se non quello centrale, dello sviluppo economico e sociale italiano dei prossimi decenni. Il piano che sta realizzando Cingolani è ambizioso, ma dovrà superare molte insidie e complessità

Il neoministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani è uno degli uomini chiave del Governo Draghi. La sua mission sarà niente di meno che progettare la transizione ecologica dell’Italia, per costruire un paese più moderno, sostenibile e competitivo nei decenni a venire. Ovviamente la sfida è epocale, si tratta di uno spartiacque storico e le sfide che si prospettano all’orizzonte sono molte e assai complesse. Ma la rotta è tracciata, al punto che la stragrande maggioranza delle risorse del Recovery Plan vanno verso il green e la transizione ecologica, così come la stragrande maggioranza delle politiche europee. Ecco dunque una breve analisi delle principali sfide che dovranno essere affrontate.

Costi e livelli occupazionali

Nessun cambiamento può essere indolore, neppure la transizione ecologica. Per questo motivo è necessario capire quali saranno i costi di tale trasformazione e chi sarà a pagarne il conto. A titolo di esempio, si potrebbe citare il comparto automotive, che a livello nazionale è molto sviluppato, se consideriamo tutte le imprese che producono componenti per assemblare autoveicoli. Però parliamo di componenti legate ai tradizionali motori termici, ergo, che impatto avrà sul settore nazionale l’avanzata dell’elettrico? Sembra ormai inevitabile che questo comporterà esuberi.

E lo stesso discorso vale per molti altri tipi di industrie, visto che l’automazione avanza inesorabile. Per questo il Governo deve decidere come intervenire per garantire i livelli occupazionali. In Germania ha istituito un apposito fondo per sostenere i futuri lavoratori in esubero. Altri paesi hanno in canitere programmi di formazione e aggiornamento dei lavoratori per prepararli alle produzioni del futuro. In Italia, al momento, nemmeno se ne parla di questo aspetto.

Gestione della transizione ecologica

Un altro scoglio da superare è la governance del processo di transizione ecologica. Il Governo Conte 2 aveva già intuito che l’efficacia dei piani nazionali sarebbe passata da una corretta gestione amministrativa multilivello, immaginando una task force a sostegno dei Ministeri e delle Regioni per gestire al meglio i progetti del Recovery Plan. Osteggiata come la peste nera, adesso Draghi ripropone qualcosa di molto simile, addirittura espandendo la struttura e chiedendo lumi persino ai colossi come McKinsey. Dal momento che le Regioni hanno numerose competenze, concorrendo in molti casi con lo Stato, né consegue che bisogna organizzare in maniera scientifica i progetti, in modo da evitare sovrapposizioni ed intasamenti amministrativi. La pianificazione territoriale e il governo del territorio sono competenze regionali, mentre tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali sono materie di potestà legislativa esclusiva dello Stato. Un incubo.

Integrazione e visione d’insieme

La programmazione è da sempre uno dei punti deboli della politica italiana. Generalmente, politica e pubblica amministrazione in Italia fanno molta fatica ad immaginare il futuro del Paese e la strada da percorrere per raggiungerlo. Realizzare la transizione ecologica richiederà, per forza di cose, integrare fa loro scelte politiche, progetti e interventi, valutando gli impatti che questi avanno su economia, ambiente e società. E bisognerà fare necessarie valutazioni in termini di costi e benefici, fissando target dinamici nel tempo. È un processo in continuo divenire, dove i risultati ottenuti diventano feedback che permettono di ricalibrare, ove necessario, i piani e i programmi, ridefinendo i singoli interventi se necessario.

In Italia siamo abituati a fare elenchi di progetti da finanziare, le analisi costi/benefici vengono viste come il demonio invece che di un prezioso strumento per evitare di dilapidare preziose risorse pubbliche e private. L’integrazione cede spesso il passo alla frammentazione, in modo da rendere i singoli interventi più facili da finanziare. Il risultato è che si procede in ordine sparso, spesso in deroga alla normativa vigente. Una situazione patologica, appesantita da fenomeni corruttivi e infiltrazioni criminali e politiche. Un altro problema è la reticenza di molte comunità a vedere realizzati interventi necessari sul territorio. A parole tutti vogliono le energie rinnovabili, la messa in sicurezza el territorio e il recupero e riciclo dei rifiuti. Nella pratica, nessuno vuole gli impianti vicino casa. È la cosiddetta sindrome NIMBY, che impedisce di fatto la realizzazione di opere scomode, ma necessarie per rendere i territori più ecologici e autosufficienti.

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