Traversata dei monti Tifatini sulla piana del Volturno



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Traversiamo i colli Tifatini, da San Angelo in Formis a San Leucio, fino alla vetta del monte Tifata, vestendo gli abiti delle antiche Amazzoni alla ricerca di nuovi luoghi di culto

Attraversiamo oggi la cresta montuosa dei Tifatini fino a 650 m di altezza, tra l’appennino sannita e l’antiappennino campano, tra la città di Caserta e il comune di Capua, tra i panorami sul Matese in lontananza e il fiume Volturno nella piana.

È un percorso questa volta di 11 km che ci vede indosso gli abiti della dea Diana, protettrice degli Outdoorini, signora delle selve e delle belve, regina di tutti i monti e dei boschi, custode di fonti e torrenti, dea della natura e dell’agricoltura, protettrice delle donne indipendenti che non soggiacciono a uomini padroni.

Perché noi di Outdoor andiamo per boschi e per monti, gli stessi che la dea aveva chiesto in dono dal padre Zeus al momento della sua nascita, insieme con il dono di “portare la luce che filtra dalle fronde degli alberi nelle radure boschive”, ossia la “luce del giorno che rischiara” da cui deriva il suo nome.

Sotto il segno di questa Diana e della sua luce “naturale” che ci accompagna ad ogni escursione e dal tempio a lei dedicato proprio alle pendici del monte Tifata che noi oggi partiamo.

Siamo a sant’Angelo in Formis, con vista su Capua e sulla via Appia, in una delle basiliche benedettina più antiche delle nostre terre, edificata intorno all’anno mille sui ruderi di un tempio pagano del VI sec. a.C. dedicato a Diana Tifatina di cui oggi resta solo il podio.

La storia del vecchio santuario capuano sopravvissuto e poi inglobato nella basilica è strettamente collegata con quella di Capua: la tradizione vuole la sua fondazione legata alla leggenda della bellissima cerva bianca, ancella della dea diana e donata ai capuani da Capys, mitico fondatore della città.

Sopra il tempio oggi appare la Basilica dedicata a San Michele Arcangelo, candidata a diventare patrimonio dell’Unesco, grazie alle tracce delle civiltà diverse che qui si sono incrociate e che raccontano la storia di questo luogo attraverso gli affreschi al suo interno, espressione dell’arte cristiana nel sud d’Italia.

Insomma è qui, dove siamo noi oggi, su questo pavimento di lastre di marmo bianco e di meravigliosi affreschi creati da maestranze italiane, che l’eredità cattolica si fonde con il suo passato pagano, che l’abbazia si fonde col tempio, che il sacro della natura si fonde col profano dei luoghi di culto.

Le religioni hanno sempre a che fare con concetti grandiosi ed esigono di conseguenza che anche le strutture che ospitano le loro convinzioni debbano essere fastose e monumentali.

Ma esiste un luogo di culto che ispira più stupore e non ha bisogno di ornamenti. Tale è la Natura.

La Natura che ci ospita è per noi ogni volta chiesa, tempio, sinagoga e moschea, in cui non vi è più separazione tra lo spazio sacro e quello profano. I 2 luoghi si fondono e la bellezza del creato, la lussuria delle sue forme, il non immaginabile dei suoi colori, non sono più un peccato.

Dalla basilica imbocchiamo una sterrata, risaliamo il pendio attraverso i tornanti, attraversiamo una piccola fonte stagionale, un bivio, un sentierino che punta alla montagna e siamo sul pianoro sommitale.

Ancora la cresta di un vallone e poi relax all’ombra sotto un boschetto di querce. Ci stendiamo sull’erba senza tappeti e senza altari: in questo luogo sacro possono starci tutti e ognuno prega il suo Dio, che è talvolta vento, albero, silenzio, talvolta banchetto, risa, parola.

Proseguiamo ancora e puntiamo adesso verso la frontale cima dei Lupi che espone ben visibile la sua croce. Solo che qui intorno non esistono crocifissioni, ma solo resurrezioni ad ogni ciclo di stagione.

Camminiamo chiacchierando e sbuchiamo sull’anticima del monte san Nicola, dove restano spoglie, in mezzo a questa immensità, i ruderi dell’eremo di Sant’Offa, di cui restano le pareti della chiesetta e delle cisterne.

Per la cima manca poco, verso quel monte Tifata, brullo, profanato oggi dalle cave tra le sue pareti e dal disordine urbanistico, un tempo ricco di boschi di querce, ruscelli, animali selvatici e campi coltivati. Sulla sua vetta, un tempo, un altro tempio dedicato a Giove Tifatino che troneggiava sulla tutta la piana.

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Troneggia invece oggi per noi il panorama su tutta la piana casertana ed in fondo il mar Tirreno.

Il nostro Dio è visibile fino a lì: le sacre scritture sono state dettate dall’azione dell’ acqua e del vento nei millenni, i nostri rituali sono sempre allegri e mai peccaminosi, i nostri inni vengono cantati nel pulmino sulla strada del ritorno, le nostre preghiere in vetta sono uno scavo nella nostra interiorità.

Le festività religiose per noi arrivano ogni fine settimana e il nostro Dio diviene meta di un pellegrinaggio continuo.

Riconosciamo nella comune devozione al nostro santuario all’aria aperta i vincoli non religiosi ma umani, che rinsaldano alleanze d’amicizia autentica.

La natura è un luogo di culto non soggetto a decadenza se noi ce ne prendiamo cura. Come? Attuando una celebrazione comunitaria. 

Lodiamo la natura e le nostre giornate. Siamo in uno stato di grazia.

“Credo in un Dio che si rivela nell’armonia di tutto ciò che esiste, ma non in un Dio che si occupa del destino e delle azioni degli esseri umani”

a. Einstein

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