Zucchero, trent’anni di blues a ritmo di di “Oro, incenso e birra”

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fonte: Facebook

Sono ufficialmente trenta le candeline sulla torta di “Oro, incenso e birra”, uno degli album più amati di Zucchero in cui il blues di Memphis incontra la chitarra di Eric Clapton ed il genio di Ennio Morricone

Otto milioni di copie vendute in tutto il mondo, di cui quasi due racimolati solo in Italia, che gli hanno conferito per sette anni consecutivi lo scettro di album nostrano più richiesto all’estero, oltre ad una dozzina di dischi di platino raccolti in giro per l’Europa.

Sono questi alcuni dei numeri di “Oro, incenso e birra”, uno dei lavori più famosi e apprezzati di Zucchero Fornaciari che nella giornata odierna festeggia il suo personalissimo trentesimo anno di età con una nuova riedizione in tre versioni tra cui la classica con il solo LP rimasterizzato ed una seconda formata da tre cd e composta dal lavoro originale, cui si associa la versione internazionale pubblicata in UK (e contenente alcuni duetti storici), oltre ad un terzo disco da collezione che racchiude le versioni embrionali realizzate in un inglese molto maccheronico dei brani che sono confluiti nella tracklist finale. Gli stessi tre lavori saranno presenti anche nella ulteriore Super Deluxe Edition, realizzata in tiratura limitata e numerata, e completata da un dvd contenente un’intervista a Zucchero con immagini di repertorio, videoclip dei brani del disco e un libro fotografico con aforismi e la storia dell’album raccontato attraverso le parole dello stesso artista.

Pubblicato il 13 giugno 1989, a seguito di una gestazione molto lunga e concretizzata tra gli studi di registrazione di Londra, Memphis e Modena, il disco si inserisce nello stesso filone musicale inaugurato dal precedente “Blue’s” (datato 1987) e con il quale, oltre alle atmosfere e l’andamento musicale, condivide anche il giudizio positivo della critica che lo ha definito “uno dei punti più alti nella carriera dell’autore emiliano, nonché un notevole balzo in avanti per tutto il genere. ” 

Tormentato e rabbioso perché “concepito con i crampi allo stomaco e le viscere in brandelli” per effetto dei problemi coniugali vissuti da Sugar in quegli anni, ma allo stesso tempo vivo, mutevole e poliedrico a causa degli innumerevoli virtuosismi musicali che lo hanno reso nel tempo una vera e propria pietra miliare della musica nostrana, nonché una specie di best of del cantante di Roncocesi.  Le nove tracce che compongono la tracklist, infatti, rappresentano ancora oggi alcune delle canzoni più conosciute ed apprezzate dell’artista e fluiscono sempre con una naturalezza disarmante non appena si preme play sullo stereo. Ed ogni volta è sempre come se fosse la prima volta.

Il gospel di “Overdose d’amore” porta l’ascoltatore per le strade di periferia di Memphis e New Orleans, che diventano quelle della campagna romagnola quando il grido disperato del pezzo di apertura si trasforma nella dolce carezza domenicale di “Diamante“, che trova il suo fulcro nell’antitesi tra  soldati e spose sapientemente modellata dalla penna di Francesco De Gregori.

Il sassofono di Clarence Clemons, già ai tempi stretto collaboratore di Bruce Springsteen, arriva dritto allo stomaco quando potenzia il ritmo godereccio de “Il mare impetuoso al tramonto” che a sua volta si inserisce nella scia lasciata dalla strafottenza per il tanto bistrattato Nietzsche, fortemente rimarcato dalla signora Fornaciari durante i litigi coniugali con il suo partner.

Il blues nudo e crudo dell’America dei campi di cotone diventa di nuovo lampante quando la voce di Zucchero si fa calda e profonda nell’attaccare quasi a sorpresa “Madre dolcissima”, introdotta da una registrazione radiofonica con i principali avvenimenti di quegli anni, prima di trasformarsi nuovamente per amplificare le atmosfere nordiche e malinconiche in stile bollettino metereologico che sembrano trasparire dall’ennesimo grido di disperazione lanciato dal pulpito di “Iruben me”.

Prima della chiusura affidata alle mani sapienti del maestro Ennio Morricone, c’è spazio anche per un nuovo salto oltreoceano per ritrovarsi tra la chitarra di Eric Clapton, che sembra diventare un elemento quasi reale nella chiosa di “Wonderful World”, e l’organo Hammond di “Diavolo in me”, il cui andamento a metà strada tra i The blues Brothers e Sister Act rappresenta la vera e propria ciliegina sulla torta di un disco concepito con un tormento tale da trasformarsi in rara bellezza quando al termine di ogni ascolto ti lascia con un filo di voce per poter dire: Nietzsche che dice? Boh!