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“Le note rompevano gli steccati, attraversavano il muro dell’odio” in quel concerto a Baghdad con cui Franco Battiato scrisse la storia

Addio, Maestro Franco Battiato. Ovunque tu sia.

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Intorno ai fuochi delle guardie russe, sulla prospettiva Nevski. Nelle strade deserte di Toseur, dove per un istante ritorna la voglia di vivere ad un’altra velocità. Immerso nelle neve, nel gelo di febbraio, ad Alexander Plats. Nel caldo tropicale di una solitary beach – against the sea le Grand Hotel – quando l’aria delle cose diventa irreale. Al Caffè de La Paix mentre sorseggi un tè bollente. Tra le strade dell’est dove si raccontano storie di principesse chiuse in castelli per troppa bellezza. Di fronte ai dervishes turners che per danzare girano sulle spine dorsali o sotto il suono di cavigliere del Katakali.

Per le strade di Pechino, nei giorni di maggio, quando si scherzava a raccogliere ortiche. Nei campi del Tennessee, con i sogni che attraversano il mare come aquile. Nell’ora di ginnastica e di religione, all’istituto magistrale, durante una di quelle serenate speciali. O in mezzo al Carnevale, sui carri in maschera, quando avevi già la luna e Urano nel leone, il mare nel cassetto.

Il concerto a Bagdad

Nel 1992 ci portasti concretamente a Baghdad, in un concerto che ha scritto la storia. Si erano da poco spente le ostilità delle prima guerra del Golfo, iniziata nell’agosto del 1990. Il concerto, sostenuto dall’Unicef, fu trasmesso in televisione per raccogliere fondi. Lo apristi cantando in arabo “L’ombra della luce”. Una canzone che suona come una preghiera: “Difendimi dalle forze contrarie, la notte, nel sonno, quando non sono cosciente, quando il mio percorso, si fa incerto. Non mi abbandonare mai“. La cantasti in arabo perché gli iracheni comprendessero le tue parole, le tue intenzioni. Perché le tue note potessero accordare il mondo mediterraneo e quello arabo in una sinfonia perfetta, divina.

Le note rompevano gli steccati, attraversavano il muro dell’odio, unendo con la musica i popoli”. Queste le impressioni di Alfio Nicotera e Angelica Romano, i due co-presidenti nazionali di “Un ponte per“. “Era il 4 dicembre 1992 – spiegano i leader dell’associazione di volontariato attiva da oltre 25 anni in Medio Orientee l’Iraq e il suo popolo erano messi all’indice dalla comunità internazionale. Ci chiese di collaborare ad un suo sogno, quello di tenere un concerto a Baghdad. Ci parve subito una idea bellissima e mettemmo a disposizione ogni nostro contatto e forza affinché il concerto si tenesse. Senza la sua ferma volontà non ci saremo mai riusciti”. 

Grazie per averci fatto vivere mille vite, Maestro, portandoci in luoghi geograficamente distanti eppure contigui, perché pervasi da un sentimento di empatia universale. Grazie di aver tracciato con una scrittura verticale la mappatura interna di un universo molto più profondo e complesso dove le anime, come credevi, si reincarnano. Buon viaggio in questo e in mille altri mondi.

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