Andy Murray, la leggenda del tennis olimpico



Murray
Andy Murray vince il secondo oro olimpico (getty images)

Il britannico Andy Murray batte l’argentino Del Potro e diventa il primo tennista a vincere due medaglie d’oro olimpiche di seguito. Una svolta per la racchetta a cinque cerchi

La storia del tennis alle Olimpiadi è servita. Maitre d’eccezione il britannico Andy Murray, portatore della Union Jack nella cerimonia di apertura.

Murray batte, nel torneo di singolare maschile a Rio 2016, l’argentino Juan Martín Del Potro per 5-7 6-3 2-6 5-7, e diventa il primo tennista dell’era moderna a vincere due medaglie d’oro in singolare in due edizioni consecutive dei Giochi. Un’impresa che ha del mitologico quella dello scozzese, che dimostra ancora una volta la sua crescita sportiva e psicologica, issando definitivamente il proprio nome nell’Olimpo dei più grandi della racchetta.

Un’impresa che assume ancor più valore dopo una finale tecnicamente mediocre, costellata di tanti errori e tanta stanchezza da parte di entrambi i giocatori, ma deliziosa dal punto di vista dell’agonismo. Quattro ore e due minuti di pura battaglia nervosa che, alla fine, incoronano Murray campione.

Lo scozzese vince col cuore più che con la tecnica: la risposta è quella ottima di sempre (3 soli aces concessi al servizio di Del Potro, costantemente sopra i 200 km/h, 45% di punti vinti in risposta e 9 palle break convertite su 23), ma la presentazione al servizio è se non disastrosa, quantomeno insufficiente. Murray chiude con il 51% di prime in campo (72% di conversione sulla prima, 90% sulla seconda), 10 aces a fronte, però, di ben 6 doppi falli. I numeri, però, servono solo agli almanacchi. Alla fine la medaglia più pregiata se la mette lui al collo, e tutti gli altri possono solo dire: “io c’ero!”.

La Battaglia

A fine partita Murray ha dichiarato che quella contro Del Potro è stata la finale più dura giocata in carriera. Magari avrà calcato un po’ la mano, ma comunque non ci è andato lontano. Nel primo, con break e controbreak in apertura, lo scozzese mette in campo solo il 39% di prime, realizzando, però, ben l’80% di punti. Del Potro cerca di mettere in crisi il britannico con le sue bombe scagliate di dritto con l’inside-out, ma la difesa strenua dello scozzese e la sua risposta fanno la differenza nel dodicesimo gioco, quando il numero due del mondo strappa il servizio alla “Torre di Tandil” e chiude sul 5-7.

Il secondo parziale è quello del rilassamento da parte di Murray (come successo contro Fognini e Johnson): Delpo fa il break nel gioco di apertura e poi anche nel nono, chiudendo il parziale sul 6-3 e rimettendosi in carreggiata.

imageTutto da rifare per Murray, che però nel terzo ritrova il suo gioco (prima, però, ancora sotto il 50%): otto vincenti e due break strappati al servizio dell’avversario gli garantiscono il 2-6 nella terza partita e lo mandano a comandare per 2 set a 1.

Ma nel quarto set si consuma la battaglia delle battaglie, tra due giocatori sfiniti dopo aver dato tutto nel torneo. Murray perde tre volte il servizio, Delpo quattro, l’ultima nel dodicesimo game, vinto da Murray al quarto match point. Lo scozzese scrive la storia del tennis olimpico. Del Potro, se possibile, ne riscrive una ancora più bella: la sua.

La Svolta del Tennis alle Olimpiadi

Quello appena terminato è stato il più bel torneo olimpico di tennis di sempre. Le rinunce di giocatori come Berdych e Wawrinka, tra gli altri, lasciano nel sentire comune l’impressione che il tennis sia una disciplina sportiva ancora lontana dallo spirito a cinque cerchi. Ma le storie che ci ha raccontato Rio fanno intendere qualcosa di diverso.

Prendi l’argento nel singolare maschile, per esempio: Del Potro, reduce da tre operazioni al polso, avrebbe potuto andare a giocare qualche challenger in giro per il mondo oppure le qualificazioni a qualche torneo ATP per risalire dal bugiardissimo 141mo posto in classifica. Delpo (vincitore dello US Open 2009), invece, ha preferito prendere zero punti ATP (la prima volta che il torneo olimpico non vale per la classifica mondiale) per far fuori Djokovic e Nadal e migliorare il suo score olimpico (fu bronzo a Londra), ridando lustro ad una carriera più volte ad un passo dal dirsi conclusa anzitempo.

Prendi Monica Puig, che dal nulla ha trovato le forze per vincere un oro storico (il primo per Porto Rico) che impreziosisce all’infinito una carriera altrimenti anonima. Prendi Kei Nishikori, che regala al Giappone un bronzo tennistico fino a qualche anno fa inimmaginabile, e la coppia americana Johnson/Mattek-Sands, che un giorno potranno dire di aver vinto l’oro contro Ram e Venus Williams (quinta medaglia olimpica!) nel misto.

Prendi Andy Murray, l’uomo che proprio alle Olimpiadi ha smesso di essere un perdente di successo per diventare un Campione. L’uomo che ha dovuto sgomitare per farsi strada nell’epoca d’oro del tennis ha conquistato tra Londra e Rio un traguardo che il Maestro Roger Federer non raggiungerà mai, e che al numero uno Djokovic ancora manca; e chissà se fra quattro anni avrà ancora i mezzi per riprovarci.

L’impresa di Murray resterà nella leggenda olimpica, e soprattutto nella leggenda del tennis. Uno sport che finalmente ha smesso di vivere sul suo piedistallo inutile, per abbracciare lo spirito dei Giochi, il luogo dove si celebra l’eccellenza sportiva. Un’eccellenza in cui, da ora, c’è anche Andy Murray, il più grande tennista olimpionico di sempre.

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