Assemblea nazionale Pd tra Renzi e la strana teoria del “riforma non olet”



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Matteo Renzi

L’Assemblea nazionale Pd delinea, per bocca del Segretario Renzi, il corso per il partito del domani. Le tre fasi di Renzi conducono rispettivamente all’epurazione della minoranza, che verrebbe sostituita dal nuovo contenitore di Pisapia, alla fine, o quasi, delle Legislatura e al ritorno al “tanto criticato” Mattarellum

La batosta referendaria è passata solamente da una settimana e nel centro-sinistra, attraverso l’Assemblea nazionale Pd, si è iniziato a delineare il vero progetto che la maggioranza renziana ha in mente di attuare da qui al prossimo futuro.

Tutto ciò è scaturito dall’intervento del Segretario in carica, Matteo Renzi, che, partendo da piccole quanto significative stoccate agli avversari(tanto nel partito quanto fuori da questo), ha esternato le tappe che accompagneranno il partito di maggioranza relativa.

Infatti, più che su un’analisi critica su quanto accaduto il 4 dicembre, Renzi, basandosi sul peculiare concetto del “riforma non olet”, si è lasciato andare nella spiegazione delle tre fasi che il Pd affronterà.

La prima fase, che contempla la situazione intera, ha posto le fondamenta per l’organizzazione dei democratici di domani, in cui ci sarà un periodo di “riabilitazione mediatica” per l’attuale leader e successivamente l’appuntamento congressuale.

Assemblea nazionale Pd

Questa mossa a sorpresa, che mostra un ulteriore strategia per indebolire la minoranza interna, si lega all’apertura del nuovo ciclo di sinistra da parte dell’ex Sindaco di Milano Pisapia.

In pratica, attraverso lo slittamento (o meglio, la conferma dei tempi naturali) del congresso, il Segretario dem si è garantito da un lato la certezza della sconfitta della minoranza interna, intenta a doverlo inseguire attraverso una sorta di campagna partitica permanente giocata in una posizione di svantaggio, e dall’altro il tentativo disperato di recuperare l’ “ala sinistra”, che sostituirebbe le correnti minoritarie, attraverso l’apparentamento con i seguaci del leader lombardo.

La strategia si lega facilmente anche agli altri due punti che riguardano, in sostanza, il presente e le prossime elezioni politiche.

Facendo leva sull’incertezza di quando si andrà a votare e sul rilancio del mattarellum (la legge elettorale vigente prima del “porcellum”), Renzi ha palesato all’Assemblea nazionale due concetti: il primo è che si andrà avanti almeno fino a dicembre 2017, concludendo di fatto la legislatura, e il secondo che, attraverso la sponda di Pisapia da un lato e di altri gruppi centristi dall’altro (Alfano? Verdini?), ha la formula perfetta per affrontare le prossime elezioni politiche, in cui il Pd dovrà risultare vincolante in chiave maggioritaria e i piccoli partiti determinanti in ambito proporzionale.

Ulteriore constatazione è dettata, invece, dall’analisi di quel 41% di voti ottenuti dal sì, che il Segretario ritiene appartenenti tutti alla sfera del Pd.

Anche in questo caso, facendo finta di non riuscire in alcun modo a vagliare i risultati del voto elettorale, si porta avanti una sorta di “presunzione di onnipotenza”, basata non su dati reali ma su una tornata fondata su contenuti (cosa che in realtà lo stesso Renzi ha cercato di omettere attraverso l’eccessiva personalizzazione).

I presupposti per un ulteriore ciclo partitico sono stati resi noti ma la vera “resa dei conti” si avrà solamente nei prossimi mesi.

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