Dalle Puglie a Teggiano, alla scoperta del Vallo di Diano

Sui passi di un antico cammino, ci affacciamo questa settimana sul Vallo di Diano dalla cresta del Cocuzzo delle Puglie. E poi a ZONzo fino al patrimonio di Teggiano

 

La strada che ci conduce oggi verso Teggiano e i suoi tesori – le chiese, il centro storico e le salsicce locali – è un antico cammino, a molti ancora sconosciuto, che in passato ha messo in comunicazione lo Ionio con il Tirreno.

Tagliando dall’interno verso il vallo di Diano attraverso la nuda sella del Corticato con sosta sul Cocuzzo delle Puglie, la nostra missione oggi sarà percorrere quella antica via “istmica” che è stata via di collegamdalle Puglie a Teggianoento tra il Cilento antico e le coste.

Percorso di passaggio e di transizione, di commerci e di scambio tra l’interno e il mare e per questo chiamata anche “via del sale”, antica via delle merci, delle legioni romane e degli eserciti medievali, ha visto l’andirivieni di civiltà straniere e il fiorire di popolazioni locali, le cui “storie di transumanza” si conservano come ricordo nella polvere di queste rocce che attraversiamo oggi.

Lo scenario di queste storie inizia dal Passo della sentinella, ad un’altitudine di quasi mille metri tra gli Alburni e il Vallo di Diano, sito ideale nel passato per gli eventuali avvistamenti.

Aperto il cancello magico, noi avvistiamo per prima cosa funghi color arancio ed arbusti di rosa canina. Ma niente bottino oggi nel sottobosco per gli Outdoorini. Dobbiamo salire fin sopra il Cocuzzo, camminare in bilico sulla sua cresta, scendere giù per la rocciosa sella e percorrere km di strada infinita prima di raggiungere la trippa. Ops, la meta.

Leggeri e con dalle Puglie a Teggianopasso cadenzato, saliamo verso il Cocuzzo attraversando la valle ricoperta di faggi autunnali. Una lunga fila di trekkers serpeggia tra i tronchi alti, desiderosi di giungere sulla cresta e godere del paesaggio. Dalla prospettiva privilegiata di chi chiude la coda e può osservare il tutto con la giusta distanza, sembriamo una comunità di piccole formichine che si seguono in un’unica scia.

Siamo noi, formichine 4 stagioni che ci passiamo nella fila grappino e cioccolato e punteggiamo la salita con le nostre giacche antivento colorate.

Siamo noi che non tacciamo mai nemmeno in salita, che tra la sobrietà della natura parliamo di tavole imbandite e intoniamo filastrocche cilentane, che ci apriamo in confidenze grazie alla magia delle montagne e ci riempiamo di stupore di fronte alla bellezza delle loro vette.

Ed eccola la nostra vetta a 1030 m., la cresta bianca, brulla, aspra e ciottolosa del Cocuzzo delle Puglie, dove camminiamo quasi in bilico – tra le rocce e il vuoto – per raggiungere la coda.

Di fronte a noi la Montagnola, pittoresca appendice del Cocuzzo inclinata verso valle. Ci guardano imponente il monte Motola da una parte e Sacco con la valle dell’Auso di “asparagiana” memoria dall’altra.

Sotto di noi la depressione pittoresca della Sella del Corticato a 1026 m di quota, che ci accoglie in discesa tra le sue pareti rocciose puntellate da enormi arbusti di agrifoglio, e pascoli verdeggianti animati da una mandria di cavalli liberi e galoppanti. Accolgono tra loro una Outdoorina impavida: davanti a noi uno scenario della sella tra i più selvaggi e dignitosi del Cilento che qualcuno dice essere la visione concretizzata dei quadri di Milldalle Puglie a Teggianoet.

Siamo su uno dei 2 principali passi d’accesso dal Cilento al Vallo di Diano.

E verso il vallo ora siamo diretti, alla volta di Teggiano e delle sue 13 chiese.

Così dopo 8 km di cammino continuiamo lungo la strada verso la fertile piana del Vallo di Diano – antico lago poi interrato dal fiume Tanagro – oggi racchiuso tra i Monti Alburni, il Massiccio del Cervati, il Monte Motola e la Catena della Maddalena che segna il confine con la Basilicata.

Nel Vallo di Diano, in quanto antica colonia romana, fu combattuta una battaglia tra il politico romano Publio Cornelio Silla e il gladiatore Spartaco che capeggiò la rivolta di schiavi nella terza guerra servile, la più impegnativa di questo tipo che Roma dovette affrontare.

E su questo campo di battaglia noi arriviamo oggi capeggiati dai pullmini che ci portano fino a Teggiano.

Teggiano

Teggiano, che dei 15 paesi gioiello del vallo, nascosti tra castelli, palazzi, chiese e conventi, è sicuramente insieme il più vivo e il più anacronistico borgo. Antichissima cittadina medievale della provincia di Salerno ma parte della regione storica della Lucania, Teggiano domina tutto il vallo di Diano dalla sommità di un colle, che come un trono si erge al centro della valle.

Anticamente Diano – “Rianu” in dialetto teggianese – ha dato il proprio nome antico a tutto il vallo. E noi oggi giriamo tra le stradine e gli edifici del suo centro storico pieni di storia e ricchi di bellezza, a zonzo tra arte e cultura, con soste nelle sue innumerevoli chiese e conventi, il castello Macchiaroli e la cattedrale di Santa Maria Maggiore, l’obelisco di San Cono della piazza e il belvedere con le luci della sera, tra un bicchierino di amaro Teggiano e il rifornimento di salsicce paesane.

In fondo anche il cibo è cultura e noi non vogliamo perderci nulla di un sito che è patrimonio dell’UNESCO e quindi bene di tutta l’umanità.

Cogliamo ogni aspetto di questo splendore e c’è chi si sente, con un bel passo indietro nel tempo, come la principessa Costanza dopo le nozze con il principe di Salerno della famiglia dei San Severino.

TeggianoPasseggiamo “fuori dal tempo”, come il contesto esige, nel nostro ultimo trekking urbano sul far della sera.

Nella gran piazza di Teggiano, accanto ai bimbi che giocano, noi immaginiamo il fabbro al posto del bar, il coniatore al posto del tabacchi, il maniscalco, il vetraio, l’orafo o lo scrivano dove ora sono le signore con le loro gonne nere al ginocchio.

E in mezzo a questa corte di musici e saltimbanchi anche oggi abbiamo fatto una escursione in perfetto “stile outdoor”, fuori dallo spazio di casa e dal tempo della caotica modernità.

Amami, amoru miu, sta sumana,

nun sai si m’ami quera chi veni…

Vàu a nu paisu tantu luntanu,

nun sai si la mia vita si ni veni.

Ti rumanu  na stella ppi signalu:

si la stella scura, i’ passu pena;

ma si la stella luci all’arba chiara,

bella, penza ppi te, ca i’ stàu buonu!

A. DIDIER –  “La letteratura dialettale di Teggiano”