25 Settembre 2017 - 10:30

Recensione di “Doppio sogno”, di Arthur Schnitzler

doppio sogno

“Doppio sogno” è il racconto lungo di A. Schnitzler che ha affascinato e intimorito Sigmund Freud

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Il fondatore della psicoanalisi Sigmund Freud ha esitato a lungo prima di decidersi a incontrare Arthur Schnitzler perché, con il suo “Doppio sogno“, lo scrittore austriaco ha portato alla ribalta un inconscio “da lettino psichiatrico” così congeniale a quello da lui vivisezionato per tutta una vita.

Si parte da un ballo in maschera a cui i due protagonisti dell’opera, il dottor Fridolin e sua moglie Albertine, hanno partecipato negli ultimi rantoli di un carnevale che sta lasciando il posto alla primavera.

Si finisce con l’apparizione di un’altra maschera che Albertine, in assenza del marito, ha posto tra sé e il cuscino, quasi a voler simboleggiare il volto del compagno “divenutole enigmatico” per un portato di esperienze a cui lei capisce di essere estranea.

E sì perché “Doppio sogno” è il racconto di un’altra vita, probabilmente del tutto diversa da quella che si trovano a vivere i due protagonisti, se solo avessero deciso, in quel tempo e in quel luogo, di recitare la parte che una persona incontrata per caso, un evento apparentemente innocuo, gli hanno offerto.

Così Fridolin e Albertine iniziano a raccontarsi quello che avrebbe potuto essere e non è stato, lasciando a un certo punto spiazzato il lettore: quegli embrioni di opportunità, quella spes vitae, è uno dei tanti sogni che si stanno confidando o, piuttosto, si tratta di esperienze reali? Ma, soprattutto, dov’è il limite, il confine tra la realtà onirica e le occasioni di cambiamento che si sono lasciate cadere?

Anche la conturbante dama che Fridolin incontra in uno scenario di cospirazione e mistero potrebbe essere la signora che adesso giace nella camera mortuaria ma anche no. Di una sola cosa è sicuro: questa donna qui all’obitorio, ma anche quell’altra “che aveva cercato, desiderato e forse amato per un’ora”, non può rappresentare nient’altro che il “cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione”.

Poco male, però. In “Doppio sogno” c’è il tradimento (solo onirico?) della moglie che confessa al marito di aver riso nel momento in cui Fridolin, per professare la sua fedeltà a Albertine, viene crocifisso. Ora lo stesso Fridolin ha il sacrosanto diritto di vendicarsi, indipendentemente se con un altro sogno in cui appare la donna bella della cospirazione oppure attraverso un’esperienza concreta.

Eppure Fridolin torna, di notte, da Albertine che, innocente come ogni donna suo malgrado custode del peccato originale, attira il marito verso di sé dopo che questi le ha raccontato tutto.

“Ma ora ci siamo svegliati…” disse “per lungo tempo.”

Fridolin vorrebbe controbattere con  il più rassicurante “per sempre” ma subito la moglie, intuito il suo volere, lo ferma e sussurra come fra sé:” Non si può ipotecare il futuro“.

Frattanto, nella stanza da letto di “Doppio sogno”, irrompe la quotidianità appena svegliatasi dal sogno.

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