L'Economist

L’Economist, come prima il Financial Times, interviene a gamba tesa nelle vicende italiane. Secondo il settimanale britannico bisogna avallare le richieste di Renzi per evitare una nuova crisi

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Nel primo film della trilogia di Ritorno al futuro, di Robert Zemeckis, lo scienziato “Doc” Emmett Brown e il ragazzo Marty McFly tentano, attraverso l’aiuto di una macchina del tempo, di riscrivere la storia e porre fine alle “disavventure” della famiglia di McFly.

Grazie all’intervento dei due si riuscirà a reimpostare un futuro del tutto differente per la famiglia in cui il “cattivo di turno”, Biff Tannen, diviene solamente un “mediocre” cittadino invece che il prepotente “aguzzino” di George, padre di Marty.

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Come nel capolavoro di Zemeckis, anche nella realtà si sta cercando di compiere un’operazione simile a quella dei protagonisti del film, con la differenza che, invece di “migliorare” il futuro, si tende a ripristinare una situazione non del tutto dissimile a quella dei periodi bui nostrani.

Infatti, dopo il duro intervento del Financial Times sulle cosiddette Costituzioni socialiste (tra cui quella italiana), anche l’Economist è intervenuto a gamba tesa nelle vicende europee dando dei consigli a dir poco preoccupanti.

Facendo leva sulla ricapitalizzazione pubblica delle banche in difficoltà richiesta dal governo italiano (il celebre aiuto pubblico agli istituti e la deroga al bail in), il settimanale britannico, così come il Financial Times in precedenza, ha invitato la Commissione Ue ad avallare la richiesta di Renzi&co al fine di evitare una nuova crisi dopo la Brexit.

Ma di quale tipo di crisi parla l’Economist?

In un certo senso si può dire che più che una crisi, i britannici, in sostanza, ipotizzano una modifica dello “status quo” che porterebbe, a loro modo di pensare, a decisioni non conformi all’ordine finanziario mondiale.

In pratica, secondo l’Economist, qualora non fosse accettata la richiesta dell’Italia, nella penisola si avrebbe una reazione a catena che porterebbe alla sconfitta nel referendum e alla “caduta” di Renzi.

In questo quadro generale, per gli autori dell’articolo “The italian job”, senza Renzi e senza la modifica della Costituzione si andrebbe verso la fine dell’Europa, della finanza e, soprattutto, dell’euro.

Questa analisi, però, porta a fare tre specifiche considerazioni.

La prima, che comprende tanto l’ambito internazionale quanto quello nazionale, porta alla convinzione che, in nome dell’equilibrio economico-finanziario, si debba “imporre” sia un Capo di Stato, chiaramente conforme ai dettami del potentato mondiale, che un “regime” tale da impedire qualsiasi forma di protesta(o rivolta) a livello “locale”.

Allo stesso tempo, inoltre, viene espresso il totale appoggio verso una nuova forma di governo (una sorta di plenipotenziario governativo), in cui il governo diventa il factotum di ogni ambito (come, appunto, accaduto in un passato, non troppo lontano, nel nostro paese), mentre gli altri poteri vengono “retrocessi” a “passacarte” dell’esecutivo.

Infine, con riferimento specifico ai “desideri” del popolo, appare totalmente assurda la volontà di decidere cosa e meglio (o peggio) per un determinata nazione, facendo emerge la “parte conforme” come i buoni e “gli altri” come i “cattivi”, nascondendosi dietro la celebre strategia della paura in cui i “poteri mondiali” rivestono il doppio ruolo di “malattia” e “cura”.

Quando in un Paese le sorti vengono decise non dai cittadini ma da “esperti del momento”, più di qualche meccanismo risulta inceppato nell’intera macchina nazionale e la risposta, anche questa volta, può essere ritrovata solamente nella voglia di reazione alle tante imposizioni dell’intera popolazione.

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