Referendum brexit

Il Referendum sulla Brexit premia le ragioni del “leave”. L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue avrà ricadute negative tanto sul fronte interno quanto su quello internazionale

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Una delle “armi” maggiormente usate durante le campagne elettorali è senza dubbio la cosiddetta “strategia della paura”.

In base a questo puntuale escamotage, che spesso e volentieri avvantaggia proprio coloro che hanno creato lo stato di tensione, si riescono ad ottenere dei risultati “guidati” che indirizzano l’andamento generale di una nazione.

Referendum brexit
Referendum brexit

Questo strumento, diffusosi a macchia d’olio durante la crisi economica (avendo anche la funzione di “arma di ricatto” verso la popolazione), si è reso protagonista durante l’ultima bagarre elettorale in terra britannica ma non è riuscito a prendere piede nell’animo dei cittadini britannici che hanno deciso di uscire dall’Unione Europea.

La vittoria del no alla permanenza nell’Ue genera una serie di conseguenze che, sin da subito, avranno dei risvolti tanto a livello interno quanto a livello organizzativo del vecchio continente.

Le ricadute

Al di là delle ripercussioni economiche-finanziarie per gli Stati a forte instabilità interna (come l‘Italia), il Referendum sulla Brexit ha generato comunque due risultati che potrebbero avere dei disastrosi contraccolpi sulla stessa Unione Europea.

Dal punto di vista interno, riguardante ciò la sola Gran Bretagna, la vittoria del leave ha innescato una serie di reazioni a catena che determinerebbero una nuova conformazione dell’isola del nord europa.

Infatti, mentre Inghilterra e Galles hanno deciso per l’uscita dall’istituzione, l’Irlanda del Nord e la Scozia hanno votato per la permanenza nell’Ue.

Ciò, oltre alla caduta dei “partiti tradizionali” (con pochi distinguo all’interno dei conservatori), ha generato sia un nuovo sentimento di autonomia da parte dei due “Stati speciali” britannici che una probabile soluzione “ruota di scorta” che isolerebbe esclusivamente l’Inghilterra attraverso una sorta di “azione ripicca” per raddrizzare le sorti di un’Europa sempre più malconcia.

A questo, inoltre, si associa la nuova politica sull’immigrazione (che coinvolge anche diversi nostri concittadini) che andrebbe a rimodulare del tutto il mercato del lavoro interno e, allo stesso tempo, scardinerebbe, in maniera quasi definitiva, la corsa alla Gran Bretagna dei “giovani disoccupati” di mezza Ue.

Ulteriore conseguenze è, invece, quella riguardante il precedente internazionale.

Come accaduto per la Grecia, in cui a spuntarla è stata la volontà dei cittadini sulle politiche di “austerity” (referendum poi smentito dalle scellerate decisioni di Tsipras), anche il Referendum britannico potrebbe essere replicato da altri Stati (generando così una reazione a catena) in nome di una nuova autonomia.

In questa specifica situazione, soprattutto in quelle “zone” in cui le ricette europee hanno apportato più danni che altro, il rischio è rappresentato da un futuro processo di “autodeterminazione nazionale” che obbligherebbe, comunque, l’Ue a rivisitare le proprie fondamenta (al fine di evitare il definitivo sgretolamento).

La vittoria del leave apre uno senario del tutto nuovo in Europa e, data la portata del risultato, il rischio è l’effettivo sgretolamento di un’istituzione effettivamente mai nata.

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