Fabrizio De André – Principe Libero, la recensione



Fabrizio De André - Principe Libero

Fabrizio De André – Principe Libero, la recensione del film sul cantautore italiano con protagonista Luca Marinelli. La storia del Faber fra cinema e tv

Fabrizio De André – Principe Libero rientra nell’eterna discussione sui pro e i contro della rappresentazione su schermo – che sia di un cinema, televisione, computer o tablet – di personaggi noti realmente esistiti e magari anche molto amati. Bisogna innanzitutto pensare alle questioni legate all’immagine: iconografia, volti, trucchi e parrucche da azzeccare perché lo spettatore che paga il biglietto è quel genere di canaglietta che guarda un’opera d’arte ed esce comunque dalla sala borbottando un “io il protagonista lo immaginavo diverso”. Non è facile, nemmeno per gli americani: lo spettatore rompiscatole non ha nazionalità. Si deve dunque evitare nella ricostruzione un effetto un po’ ridicolo, quasi parodico.

Dall’altra parte c’è da pensare al fatto che si sta rappresentando una vita vera, una storia vera, fatta di cose realmente accadute di cui i fan conservano e tramandano il ricordo. E dunque sì, eccoli lì gli spettatori che si lamentano anche del dettaglio più insulso reso in maniera meno chiara. Non va mai bene niente a nessuno, quindi che si fa, chiudiamo i cinema? No che non li chiudiamo. Certo che no.

Raramente si riesce a coniugare entrambe le cose in un film. Quando ci si riesce, è perché nel racconto non ci si infila nel vicolo cieco della fedeltà a tutti i costi e di un Vero irraggiungibile per chiunque: si sceglie un’altra strada, semplicemente. Si racconta quindi l’idea di un personaggio così com’è o com’è stato. Si tratta quindi di un punto di vista e se Fabrizio De André – Principe libero riesce ad inserirsi nella schiera di quei film che funzionano bene, è proprio per questo: la storia prende l’artista e lo racconta avendo ben presente la differenza e la distanza che c’è fra vita reale e vita raccontata. 

Ovviamente il merito va anche alla scrittura, alla fotografia, all’interpretazione e chi lo ha diretto. Luca Marinelli è perfetto, ma questa non è una novità. Luca Marinelli è sempre e costantemente un miracolo, una cosa bella, un vanto dell’Italia, un fuoco d’artificio, uno che ha il potere di essere un giorno x e l’altro y, cambiandosi d’abito con eleganza che sfocia quasi nell’indifferenza. E anche qui quest’attore non delude: non imita, non calca. Parla come parlerebbe lui, infilando in tutto ciò anche qualche intonazione romanesca.

Marinelli sta a metà strada, mai troppo vicino e mai troppo lontano dal modello. E’ quasi un gemello cattivo, di quelli che nei film americani di serie c vanno a scuola al posto del protagonista e fanno disastri diventando però a loro modo la persona che vanno a sostituire.

Il film parte dal rapimento e torna indietro. Si ci ritorna e poi lo si supera. Si inizia quindi con una prigionia e dalla spasmodica ricerca di De André di libertà. Questa storia nasce per la tv e il confine fra film e fiction è labile. Si dà delle regole prima che siano gli altri a imporgliele. Si compone quindi un ritratto che forse non piacerà a coloro che custodiscono in maniera rigida il ricordo del cantautore, ma che ne coglie l’eterna voglia di libertà. Si affida al pubblico uno sguardo, non una verità.

Tradotto in voto, questo film è decisamente un Marinelli con lode. Pardon, cento e lode. 

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