“Garibaldi era comunista”, Luciano De Crescenzo



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Recensire uno degli ultimi libri di Luciano De Crescenzo è un po’ come sognare al cospetto di una finta (parafrasando il pensiero poetico di Luigino ‘o poeta del Così parlò Bellavista) del Maradona di oggi

Certo, a te patito del Napoli degli scudetti che fu (e che speriamo…vabbè, ci siamo capiti), costa fatica intravedere il talento del predestinato nelle movenze del Dieguito panzuto e brizzolato che ti sta adesso di fronte.

Eppure, in virtù di quel credito illimitato che il De Crescenzo-Maradona ha acquisito ai tuoi occhi con gli scritti post IBM, ora sei pronto a mentire spudoratamente e a considerare ogni suo libro recente all’altezza della Storia della filosofia greca o de La vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo.

Manco a farlo apposta, Garibaldi era comunista dello scrittore napoletano si pone a metà strada, almeno con riferimento ai contenuti, a queste due opere ineguagliabili.

Si parte con una visita di Publio Cornelio Tacito, storico dell’antichità, e Hieronymus Wolf, suo collega (sia pure con l’aggiunta della qualifica di astrologo) del Cinquecento.

De Crescenzo, fin dalle prime battute, ci presenta l’organigramma della sua opera: dapprima un più o meno accennato abbozzo alle vicende storiche intessute con qualche aneddoto(spesso ripreso paro-paro da un libro precedente) della sua vita; di poi, un colloquio, a metà strada tra l’umoristico e il surreale, con i personaggi via via trattati.

Pronti, partenza, via.

Tra religione e mito, si susseguono, nell’ordine, le figure scimmiesche (tanto per mettere d’accordo evoluzionisti e creazionisti) di Adamo ed Eva; quella linguisticamente ingarbugliata della Torre di Babele con il piccolo Luciano che non comprende i nazisti della sua fanciullezza perché lui ha studiato solo il tedesco “di pace”; infine, non potevano mancare le gesta di Romolo e Remo accompagnati dal dubbio di De Crescenzo su chi fosse il fratello buono e chi quello cattivo.

Con l’imperatore Nerone che canta Voce ‘e notte, si varca finalmente la soglia della Storia.

Largo, allora, a un altro imperatore, quell’Adriano col suo Pantheon aperto a tutti (schiavi, cristiani, neri e pure alle donne).

Poi viene il turno di Lorenzo il Magnifico con la sua gotta “pantofolaia” e la teoria degli umori di Ippocrate.

Si approda così sulle rive del golfo di Napoli, con il Masaniello nazionale che si fa le scorpacciate di “mastunicòle” (pizza con “‘nzogna”, formaggio e pepe).

De Crescenzo non può esimersi, malgrado ci avesse provato anche solo “perchè sembra che lui ci debba stare per forza” (in un libro di storia, ndr) , dal trattare la figura di Napoleone che “preferisce non discutere.”

Si apre, a questo punto, il siparietto tra Camillo Benso Conte di Cavour e Garibaldi su chi abbia fatto davvero l’Italia.  Ovviamente Garibaldi, che indossava sempre una camicia rossa come De Crescenzo puntualmente un maglione azzurro, era comunista allo stesso modo in cui lo scrittore appartiene al Calcio Napoli.

L’epilogo è dedicato a Mussolini che, per De Crescenzo, ormai dev’essere considerato un personaggio storico piuttosto che politico, anche per darne un giudizio quanto più obiettivo possibile. Giudizio che (ça va sans dire) l’illustre scrittore stempera nella difficoltà dei fascisti di italianizzare il termine bidet perchè “il pudore, Mussoli’, viene prima del fascismo.”

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