Gerald’s game, il nuovo prodotto Netflix tratto da un romanzo breve di Stephen King



La recensione di Gerald’s game tratto da un romanzo breve di Stephen King di Mike Flanagan

Gerald’s game ha una trama molto semplice.
Ammanettata al letto per un gioco erotico a cui si sottopone controvoglia, Jessie Mahout provoca involontariamente la morte del marito, Gerald Burlingame, affermato avvocato. Sola, al crepuscolo, e con nient’altra compagnia che se stessa e i suoi pensieri, Jessie si rende conto che, per quanto possa urlare, nessuno può aiutarla. La casa, infatti, si trova in una zona isolata, nei pressi di un lago, ed è autunno, per cui nemmeno un turista può trovarsi nei paraggi.

Quando Netflix comprò Hush – Il terrore del silenzio (2016), thriller prodigioso e a basso budget sull’importanza del suono, sulla lotta quasi etica e paritaria tra una ragazza sorda e un serial killer che gioca le sue carte adattandosi alle problematiche della giovane donna, Mike Flanagan stava già lavorando per Gerald’s game, comprato sempre da Netflix e tratto da un romanzo breve e semi sconosciuto di Stephen King. Che il mercato sia stato furbo o che l’opera sia quasi coincidente al tanto atteso It poco importa. Ma è sicuramente un dato di fatto che le trasposizioni cinematografiche dell’opera in toto di King, stiano avendo grande riscontro negli ultimi tempi, come ad esempio è successo con la saga di fantascienza La torre nera, rivelatasi un disastro di montaggio e un flop di incassi.

Con Gerald’s Game Mike Flanagan conferma di saper unire il suo senso tutto pedagogico senza zavorra del suo cinema agli anelati “salti sulla poltrona”. Libro più simile ai romanzi volutamente più intimisti di King come “Dolores Claiborne”, con poche location, e con una storia più lineare e consequenziale, Gerald’s game era sicuramente uno di quei racconti più vicini all’idea di cinema del regista. Girato quasi tutto in una location, l’opera riesce a confermare tutti i pregi e i difetti di un regista che del sottogenere ne ha fatto affar suo. Flanagan si diverte con i suoi dettagli e i suoi prodigi registici riuscendo come forse solo lui sa fare a conciliare scelte horror con un’atmosfera da thriller più di coscienza che da manuale di psicologia. Se infatti, Carla Gugino ammanetta è truccata ineccepibilmente dall’inizio alla fine del film e si riserva una scena autolesionista e ultra violenta che eccede nello splatter, Flanagan riesce a farne della sua protagonista un quadro suggestivo e impressionista di recessi, di mancanze e di traumi volutamente dimenticati.

La coscienza di lei si sdoppia, si presenta in carne ed ossa con quella di sua marito tramortito dall’infarto, e fa a botte con il suo sonnambulismo. Tutto è trasposto perfettamente dal libro, con tanto di dialoghi didascalici e profondamente americani come solo King sa scrivere (con tutta la sua idea delle dipendenze e delle anime sfilacciate da resettare). Nei suoi film precedenti la strategia di montaggio era uno dei suoi caratteri peculiari, qui dinamicamente eseguita soprattutto per focalizzarsi sui sussulti del pubblico e della protagonista che ritorna in vita per allontanarsi dal passato e dalle dissolutezze del suo matrimonio fallito. Perché sì, Flanagan ne approfitta come sempre dei sottotesti, è quello che gli interessa di più: cercare verità. Si fa voce del malessere e del marcio nei rapporti forse più qui che in qualsiasi altra sua opera, con una scena suggestiva tra padre e figlia di una delicatezza atroce. Ma se è vero che Flanagan fa tutto da se, tra regia montaggio e sonoro sparato ad alto volume, è anche vero che non riesce ad evadere completamente dal contesto letterario.

La perdita di originalità in Gerald’s game

Gerald’s game è l’opera di Flanagan meno originale, forse perché se le altre riservavano un contesto e un analisi intima rispolverando il soprannaturale, qui il soprannaturale sembra un po’ troppo studiato, meno sincero, più sbiadito per colpa di dissonanze e di personaggi troppo umani e angosciati da qualcosa di più terreno che dell’aldilà. Sicuramente c’è sempre il macabro, c’è sempre il discorso sulle abilità provenienti dal difetto, dal dolore, dall’eccesso di ferite, ma il film risulta una prova mancata di originalità, piuttosto difettosa soprattutto nel finale, troppo sbrigativo. Uno schiaffo morale e moralista recepito troppo dolorosamente dal pubblico.

Tutto diventa certo, Flanagan da tutto le risposte che servono, senza mai lasciare qualcosa di coperto. Lì si che avrebbe funzionato il soprannaturale del cuore umano. Tutto diventa superficiale. Sarà una questione di minutaggio imposto, ma Flanagan non è mai stato bravo nei finali, come dimostra “Somnia” dove tutto si prosciuga dalla feroce critica acquisita durante tutto il film e non resta che la banalità del risolvere tutto e del “risolversi”. Flanagan allora finisce per essere un regista che fa “horror per famiglie e per intrattenere”, quando sa benissimo di poter permettersi altro.

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