Il Golfo di Policastro in epoca greco-romana

golfo di Policastro

A ZONzo è nel Cilento, per attraversare il Golfo di Policastro nell’epoca greco-romana: storia degli insediamenti da Policastro a Sapri

Nel ciclo d’incontri dedicato al Golfo di Policastro, il 7 maggio, presso l’Istituto Leonardo Da Vinci di Sapri (a cura di AUSS – Architettura Urbanistica Sostenibile), il professore Fernando La Greca, ricercatore di Storia Romana presso l’Università di Salerno, affronta la storia degli insediamenti nel Golfo di Policastro in età greco-romana, e parla delle loro risorse economiche.

Il Golfo faceva parte della Lucania tirrenica, e il centro più importante fu Pyxous-Bussento.

Anticamente vi abitavano gli indigeni chiamati Enotri; il loro nome richiama il vino, e in particolare il piccolo palo che serve a sostenere la vite. Probabilmente gli Enotri, imitando i Greci, utilizzavano per la spremitura dell’uva i cosiddetti “palmenti”, tini scavati nella roccia, dei quali esistono nel Cilento diversi esemplari.

Troviamo tracce di questo popolo nella moneta Palinuro-Molpa, che rimanda agli Enotri, come anche nella moneta di Siri-Pixunte e quella di Sontia: in questi villaggi enotri, verso la fine del VI secolo a.C., si imitavano le monete di Sibari, che era la principale colonia greca del territorio, ed estendeva la sua influenza anche sul Golfo di Policastro.

Sibari fu poi distrutta, e una parte degli abitanti  (secondo Erodoto) si rifugiarono a Scidro, città che doveva trovarsi nel sito dell’attuale Sapri.

Frattanto il sopravvento sulla zona lo prende Elea, popolata dai Focei dell’Asia Minore che fuggivano davanto all’invasione persiana. Essi erano già entrati in amicizia con i Romani (come racconta Giustino), e avevano portato nelle loro colonie, in particolare a Marsiglia in Gallia, la civiltà greca, insegnando ai Galli il modo di vivere greco e la coltivazione della vite e dell’ulivo, cosicché sembrava quasi che la Gallia fosse stata trapiantata in Grecia. La stessa cosa dovette avvenire per Elea e per gli indigeni Enotri dei dintorni: fu una vera e propria opera di civilizzazione, che favorì lo sviluppo del territorio e fece crescere lo spirito commerciale degli Eleati (olio, vino, frutta, verdura, pesce, ecc.).

Nel 471 a.C. venne fondata Pyxous, l’attuale Policastro, mentre ad Atene era terminata da poco la seconda guerra contro i Persiani: ce ne parla Diodoro Siculo. La città fu fondata dai Reggini, che volevano estendere i loro domini, e vennero per questo in contrasto con Elea.

Pyxous denota il bosso: pianta ornamentale con molte funzioni, spontanea nel Cilento, che in passato era coltivata e molto utile, in quanto era un legno pregiato (come raccontano gli scrittori antichi). Nell’antichità veniva usata anche per le proprietà medicinali, al posto del luppolo, per costruire armi e strumenti musicali, per piccoli mobili e per attrezzi di cucina (era come la plastica di oggi). Una zona specifica di coltivazione era, appunto, l’area di Policastro in epoca greca e romana. Come ci racconta Strabone, si associava lo stesso nome Pyxous al porto, alla città, al fiume ed al promontorio. È ipotizzabile quindi che allora la produzione di legno di bosso fosse una della più importanti risorse di questo territorio.

Ad un certo punto compaiono nei documenti i Lucani (sono probabilmente gli stessi Enotri, incivilitisi a contatto con i Greci), che trasformano il mondo indigeno in qualcosa di nuovo: un esempio d’insediamento lucano è Roccagloriosa.

Da Roccagloriosa si poteva controllare il Golfo; quindi si trovava in una posizione strategica. Gli scavi hanno riportato alla luce la città, le tombe ed i gioielli, che testimoniano un’intensa vita nel passato. Si pensa che i Lucani nel IV secolo a.C. abbiano preso il controllo su Policastro, fino all’arrivo dei Romani, che si affacciano nell’area durante la guerra contro Pirro.

Dopo il 272 a.C. i popoli e le città della Magna Grecia sono così costrette ad allearsi con Roma; nell’area i Romani promuovono la fondazione della colonia latina di Paestum, restando Elea una città libera ed alleata. Poi i Romani fondano in più fasi, dal 197 al 194, la colonia romana di Buxentum, con trecento famiglie di coloni. Bussento nasce come città romana, a seguito dell’attività di una commissione per curare la fondazione di questa colonia. Tito Livio ce ne racconta la storia. La commissione raccolse i nomi di chi voleva andare in colonia. Per coloro che erano già cittadini romani, la cosa  sembrava quasi come un esilio, ma si iscrissero molti Latini, i quali, iscrivendosi per le colonie romane, avevano l’obiettivo di diventare poi cittadini romani. Una decisione del senato stabilì che non bastava dare il proprio nome per la colonia, ma era necessario effettivamente trasferirsi nella colonia.

Nel 194 a.C. si fondarono materialmente le colonie romane di Salerno, Pozzuoli, Volturno, Literno, Bussento e Siponto. In queste colonie furono mandati i Latini iscritti nelle liste, ma a quanto pare la loro fu una permanenza temporanea, solo per ottenere la cittadinanza romana. Gli alleati ed i Latini desideravano diventare cittadini romani, “giocando” in questo modo e poi tornando a Roma una volta ottenuta la cittadinanza romana. Infatti Tito Livio ci racconta che qualche anno dopo un console, passando per queste colonie, le trovò deserte, e fu necessario ripopolarle. Questo perché Bussento e le altre città, trovandosi sul mare, avevano un importante ruolo militare di segnalazione dell’arrivo di eventuali flotte nemiche (era appena finita la seconda guerra punica), e non potevano restare deserte.

Bussento-Policastro diventa a poco a poco una città importante, un centro commerciale e portuale per le merci provenienti dall’interno della Lucania. Per la prima età imperiale, nelle iscrizioni troviamo la presenza di un macellum, edificio dove si vendeva carne e pesce, e di un forum o piazza principale della città, sulla quale di solito si affacciavano gli edifici pubblici. Altre iscrizioni sono dediche onorarie a membri della famiglia imperiale, per ottenere protezione e finanziamenti.

Nel tardo impero, Bussento è sede vescovile, aprendo una fase paleocristiana: è traccia di quest’epoca la cripta della cattedrale di Policastro.

Policastro rimane tra le più importanti città del Medioevo, anche grazie al porto, favorita dalle sue attività commerciali e ben difesa dalle mura. Si ha pure un certo sviluppo interno, e dopo Salerno diventa la più importante città a sud. L’attenzione con cui viene seguita e curata dai suoi amministratori nell’ambito del Regno di Napoli si può notare anche dalla scultura  posta all’ingresso della cattedrale, la Madonna con bambino e angeli ai lati, di Domenico Gagini, artista lombardo che lavora per conto degli Aragonesi di Napoli. Questa scultura risale alla seconda metà del Quattrocento, ed è una importante opera d’arte, ma pressoché sconosciuta. Uno degli angeli raffigurati con una mano protegge, appunto, la città di Policastro, come si poteva allora vedere, con la cinta muraria, le torri, le chiese, gli edifici.

Un’altra fondazione romana è la città di Vibo, una colonia latina che si pensa possa essere localizzata nel sito di Sapri. Bussento colonia romana si differenzava da Vibo che era colonia latina: i politici romani non volevano alterare gli equilibri di Roma, e fondando la colonia latina, davano a quei coloni un diritto minore che non permetteva loro di essere cittadini e di votare a Roma; spesso erano plebei senza risorse che uscivano dalla città per trovare una nuova possibilità di sviluppo.

La presenza di Roma di riscontra anche nelle ville, che erano aziende agricole specializzate nell’agricoltura e nell’allevamento, che producevano per vendere, impiegando gli schiavi come forza-lavoro. La Villa di Santa Croce è un chiaro esempio di grande villa romana, dove il molo dimostra la necessità di utilizzare il mare come via di comunicazione per commerciare facilmente. Inoltre, l’iscrizione di Lucio Sempronio Prisco, un duoviro designato, a Sapri, è una testimonianza dell’organizzazione politico-sociale della colonia latina. In età tardo antica troviamo non più Vibo, ma il nome di Cesariana o Cesernia, sempre nel sito di Sapri: probabilmente in questa città vennero  mandati numerosi veterani romani, ai quali si diedero terre come premio di congedo, e fu fondata una colonia militare, dando alla città il nuovo nome di Cesariana.

La vocazione agricola della Lucania antica è testimoniata da diverse fonti, le quali affermano che era una regione ricca dove si produceva di tutto e in abbondanza. Plinio il Vecchio ci ricorda il famoso vino rosatum, che si faceva con l’aggiunta di petali di rosa al mosto. Si poteva produrre solo qui, dove i coltivatori di Paestum facevano crescere le rose due volte all’anno, diventando un luogo simbolo di tale produzione.

Gli scrittori antichi parlavano anche del vino di Bussento, aspro e digestivo, usato come medicinale. Anche l’olio aveva una particolarità: si faceva con olive denocciolate, e c’erano 5 qualità di olio che venivano commercializzate. Ma era certamente l’olio denocciolato, dal sapore e dall’aroma straordinario, uno dei punti di forza della produzione dell’antica Magna Grecia e poi della Lucania romana.

La grande produzione di prelibatezze in questa zona, commercializzate in tutto il Mediterraneo, viene attestata anche da Cicerone, facendo riferimento al porto di Velia, dove c’erano grandi navi che portavano questi straordinari prodotti dalle ville romane alle città dell’impero.

Un altro importante prodotto lucano è la salsiccia di carne porcina, di cui presto vennero a conoscenza i romani, diffondendola in tutto il mondo antico. Queste salsicce erano chiamate lucaniche, e ne troviamo testimonianze negli scrittori antichi e anche in alcuni affreschi di Pompei.

Nel mondo romano anche le spezie erano usate in maniera precisa, non solo per insaporire le carni ma per conservarle: nelle lucaniche come nelle salsicce affumicate dei nostri nonni,  il prezzemolo, l’origano, il finocchietto ed altre spezie hanno una funzione  antiossidante, conservante, e creano una barriera contro i micorobi. Ciò era necessario per portare queste carni a grandi distanze, per esempio per nutrire l’esercito lungo i confini dell’impero. La carne di maiale era la più usata nel mondo antico, in quanto più nutriente e digeribile, ed era quindi anche la più costosa. Orazio ci parla poi della Lucania antica in relazione alla caccia dei cinghiali, carne molto richiesta dalle famiglie ricche romane.

Anche le verdure, come cavoli, broccoli e asparagi, erano presenti in Lucania, così come il pesce di scoglio, trionfando nella Dieta Mediterranea:  a questo punto, con quello che si è detto dell’olio e del vino di qualità, la Dieta Mediterranea si può definire dieta cilentana, o greco-romana.

Partendo dalla storia, dunque, possiamo comprendere lo sviluppo di ogni epoca, e magari riprendere oggi le risorse dell’antichità, trovandoci a vivere nello stesso territorio dove una volta prosperarono grandi città e numerosi popoli. Cosa c’è dietro ogni monumento e ogni statua? Quali risorse ne hanno reso possibile la realizzazione? Economia, cultura, società, politica possono diventare un prezioso bagaglio culturale per il presente e verso il futuro, se solo riusciamo ad imitare quello che hanno fatto gli antichi con questo stesso nostro territorio. Un bene culturale è certamente un tempio, una statua, come gli scavi ed i resti di una antica città, ma bei culturali sono anche il vino di rose, l’olio denocciolato, le lucaniche, e insomma tutte le risorse del territorio che hanno arricchito il mondo antico e che oggi possono essere ancora utili risorse per lo sviluppo del Cilento.