Il nome della rosa: la qualità e il successo non si escludono a vicenda

il nome della rosa

Il rapporto con il “Tempo” e “la visione contemporanea”: Il Nome della Rosa ne decostruisce entrambi i significati traslandoli al concetto di Eternità

Il nome della rosa: ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk accompagna in un’abbazia dell’alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una sottile e imprecisa missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo si trova a dover dipanare una serie di misteriosi delitti (sette in sette giorni, perpetrati nel chiuso della cinta abbaziale) che insanguinano una biblioteca labirintica e inaccessibile. Per risolvere il caso, Guglielmo dovrà decifrare indizi di ogni genere, dal comportamento dei santi a quello degli eretici, dalle scritture negromantiche al linguaggio delle erbe, da manoscritti in lingue ignote alle mosse diplomatiche degli uomini di potere. La soluzione arriverà, forse troppo tardi, in termini di giorni, forse troppo presto, in termini di secoli.

Anthony Burgess, saggista, educatore, giornalista, critico letterario e glottoteta britannico, scrittore di quella famosa opera letteraria, Arancia Meccanica, diventata capolavoro cinematografico per mano forse del più grande regista di tutti i tempi, Stanley Kubrick dichiarò in uno dei suoi scritti: “Mi rallegro che si possa diventare best seller contro i pronostici cibernetici, e che un’opera di letteratura genuina possa soppiantare il ciarpame… L’alta qualità e il successo non si escludono a vicenda”. Certamente, senza creare fraintendimenti, l’argomento che trattava era quello del potere che negli anni aveva acquisito un’opera come quella de “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Racchiudendo con poche parole quella che era strettamente l’anima di un libro iconico, un’opera quindi che assurge alla funziona di “icona”. Un caposaldo della letteratura italiana, che sempre meno spesso viene accostata ad un genere.

Sempre meno viene intercettata come “un giallo sapiente”. Oggi diremmo forse “crime”, con il nostro fare contemporaneo accostando l’opera di Eco a tanti altri giallisti mondiali come Joel Dicker, tra italiani prolifici come Camilleri, Costantini, De Giovanni, Manzini. O ad altri del nord Europa, Nesbo, Larsson, o spagnoli come Alicia Bartlett Gimenez. Sbagliando comunque, “Il nome della rosa” non appartiene al panorama giallista degli ultimi anni. Neanche la sua serie tv, sembra un giallo vicino a “I bastardi di Pizzofalcone”, a “Rocco Schiavone”, a “Montalbano”, o addirittura fantascientificamente a “La porta rossa” di Carlo Lucarelli.

Quella che è la grandezza di un’opera del genere e “nel genere” sta nell’essere un’opera equilibrata su qualsiasi punto, in qualsiasi strato, classica, anche quando la concezione di classico ormai era sublimata in “vecchio”. Se la costituzione della narrativa degli ultimi anni e del serial televisivo è piuttosto monotematica e di genere, “Il nome della rosa” è un esercizio di stile, se per stile si intende il continuo cambio di rotta della parola, della dialettica imposta destinata ai posteri pur raccontando una storia temporaneamente lontana, polverosa, che usa una lingua “morta” come memoria e promotore di una ricerca più incline ad un genere letterario totalizzante che è appartenuto ad ogni tempo e ad ogni secolo e che è diventato uno sfogo “ricreativo” negli ultimi tempi, il giallo. Forse, Umberto Eco e il suo “Il nome della rosa” non sarebbero mai potuti essere accostati a un giallista e ad un’opera di un giallista. Proprio per questo non bisogna dimenticare che “Il nome della rosa” è un giallo, ma bisogna ricordare che a differenza del narrativa partenopea e mondiale, “Il nome della rosa” è una narrativa elevata a letteratura. Quindi sì, potremmo definirlo un “crime”, forse un “crime” d’autore. Ma dovremmo pensarci per bene perché, seppur questo libro e questo scrittore con il corso del tempo siano diventati eterni grazie ad una certa sapienza, ad un bagaglio culturale immenso, se dici che “Il nome della rosa” è un giallo, tutti ti stanno a puntare il dito contro. Direbbero, “Il nome della rosa” è letteratura.

Ma chi lo dice che Umberto Eco non abbia creato per la prima volta in Italia una letteratura di genere? Un giallo letterario capace di filtrare il thriller con il romanzo storico, con la letteratura latina e con i racconti di assassini di Agatha Christie? Lo stesso Eco la amava e scrisse di “Assassinio sull’Orient Express” che non era solo un giallo, ma proprio come il suo capolavoro, era un’opera che si elevava a grande letteratura! Quindi, sensibilmente, non bisogna mai dimenticare che “Il nome della rosa” parte come opera di genere, per poi sublimarsi in un ibrido di sapere, eclettico. Un’opera traguardo che prima di tutto diverte, per poi far riflettere su disparati temi e sul mondo.

Non è un caso allora, che l’opera trasmessa in Rai assurga ad una funzione “analogica”, fuori dal nostro tempo, eppure circondata da figure predominanti della contemporaneità televisiva, perché anch’essa contemporanea. Ecco perché allora si tratta di letteratura e non narrativa. Perché il tempo l’ha forgiata tramite la lettura e l’occhio di tutti. Un’opera traslata dal tempo da una definizione ad un’altra. Chi lo sa che “Il nome della rosa” ai primi occhi apparsi tempo fa nel momento della prima messa in commercio non rappresentasse un semplice prodigio di divertimento da leggere sotto l’ombrellone d’estate, proprio come tante altre opere di narrativa della Sellerio? Allora la grandezza di un’opera televisiva del genere, ma soprattutto di un libro del genere, sta nel ricrearsi contestualizzandosi nei gusti e nell’epoca che viviamo, che vivranno i posteri, che vivranno i posteri dei posteri. Il grande merito della Rai sta nell’aver ricevuto questa magnificenza, nell’aver studiato e reperito questa indagine, questa sua funzione onnicomprensiva di gusti e vibrazioni interne. In un periodo televisivo travestito di genere, dove Montalbano a breve farà più ascolti di Sanremo e dove si conosce già la produzione della terza stagione di “I bastardi di Pizzofalcone”.

La Rai allora fa un giro grande e un gioco unico, usa gli ammiragli-spettatori del giallo in poltrona ogni lunedì, stessa programmazione di “Montalbano” settimanale, vende un prodotto giallo con l’intelligenza squisita di essere sempre altro, di essere sempre tutto, rivendicando lo stesso panorama televisivo con una funzione filologica e quasi “pedagogica”. Cerca a tutti i costi di imporre una storia che ha più a che fare con un pubblico alto, fingendola giallo invalicabile e senza mezzi termini, vendendo intelligenza infondo, di un libro ricco di citazioni, ricco di quella sapienza che fa rima con l’evoluzione spirituale di un uomo e di individuo. Come il Monastero benedettino, in cima ad un monte, innalzato dagli scribacchini, che traducano dal greco, innalzando il loro spirito cristiano.” Il nome della rosa” non solo si conferma televisivamente un prodotto autentico pur rimanendo furbo, non solo fa un salto in alto in più di quello che ha fatto in precedenza “L’amica Geniale”, ma regala la speranza che il pubblico italiano possa rivalutare i propri confini di sguardo, possa rapportarsi come fosse fuori da un contesto televisivo se per “televisivo” intercettiamo per forza un’allusione negativa, nella televisione stessa. Perché la televisione più del cinema, oggi, ha in mano più spettatori e più “visitatori contemporanei”, ha in mano il potere e il predominio. E se “Il nome della rosa” è un’opera che parla innegabilmente di sapienza commista a diletto, proprio perché il dialetto è quella parte della sapienza che fa da significante alla vera intelligenza e ne stimola la curiosità, allora lo è anche non solo l’opera televisiva, che prende a piene mani dal libro, ma lo è anche la sua produzione, la sua distribuzione, venditrice di intrattenimento intelligente.

Siamo a metà della fine, eppure “Il nome della rosa” televisivo sfrutta qualsiasi lascito e qualsiasi pagina dell’opera cartacea. Ci sembra di vedere davvero tutto, di “sentire” il libro, con una costruzione narrativa precisa, auto-ironica, spassosamente senza refusi ideologici di parte, un’opera neutrale che racconta e basta con il potere della lingua passata e futura. Seppur nella storia stessa “divisa” c’è una diatriba tra fazioni, tra il cristianesimo dei ricchi e la fede dei poveri, quello nato per mano di San Francesco, quasi un eretico agli occhi di chi la Chiesa la costruisce ogni giorno con il potere del denaro, il cammino tracciato da Umberto Eco è quasi rigenerativo nei confronti dei mondi passati. Un “divertissement didattico” prima di tutto dove lo stesso Eco impone una visione del mondo agli antipodi del nostro, del suo e dei suoi anni di vita. Didattico perché “Il nome della rosa” è un mondo da scoperchiare come un infante che gioca per la prima volta al kit del dottore. Conosce e dopo riconosce organi vitali, flussi sanguini, arti. Il potere dell’intelletto prima di tutto come apertura ludica al mondo, al sapere, alla crescita personale.