“La doppia vita dei numeri”, di Erri De Luca



erri de luca

Erri De Luca, irretito da due commedie di Eduardo (Le voci di dentro e Ditegli sempre di sì)  dalle quali “nessun napoletano può prescindere”, si cimenta pure lui nel teatro

Si apre il sipario.

Siamo a Napoli dove ogni rituale è un’esibizione, il posto in cui perfino sulle navi borboniche veniva ordinato di “fare ammuina.”

Un fratello, alter ego dello scrittore, che guarda disincantato dalla finestra la piedigrotta allestita per il capodanno.

La sorella, caparbia tessitrice di atmosfere, che costringe il fratello a fare pace con la sua napoletanità.

Al centro della tavola una tombola che, come per incantamento, prende vita.

Ci sono due giocatori per quattro cartelle ciascuno:due per il fratello che ne prende in consegna altre due per il padre; due per la sorella, che si sente in dovere di “guardarne” altrettante per la mamma.

E sì, perché la tombola è il contrario del sogno. Nella tombola si estrae dal panariello il numero che non deve cristallizzare un fatto, come nel sogno.

Nossignore, nella tombola avviene l’incontrario: è il numero che sollecita il racconto, che impetra di essere messo in contatto con tutti gli altri numeri, fino a dare vita a un carosello di fattarielli: la trama e l’ordito, cioè, di un intreccio magico capace di evocare presenze.

Mamma e papà, questi fantasmi!

E’ un dialogo surreale tra due universi (quello dei vivi e quello dei trapassati) che grazie alla doppia vita dei numeri, quella intrinseca e quella del rimando, arrivano a sfiorarsi e, per un attimo solo, a sovrapporsi e a condizionarsi a vicenda.

Dall’album di famiglia riemerge la pernacchia di papà, “arma contundente che si punta contro qualcuno”. Manco il tempo di cimentarvisi, che ecco spuntare il capitone di mammà che puntualmente, ogni vigilia di capodanno, viene perso per casa fino a ricomparire sotto la cesta dei panni.

Ci siamo quasi, mancano due minuti alla mezzanotte.

<Tombola!> Mamma e papà hanno fatto tombola con lo stesso numero.

Fuori si scatena l’inferno. Adesso lo scrittore può osare.

<Quando vengo a stare con voi?>

Mamma con il sorriso, papà corrucciato, si trovano ancora una volta d’accordo:<Presto.>

Chi è nato a Napoli sa che la domanda è lecita ma anche che, una volta ottenutane risposta, il colloquio s’interrompe, la dimensione ritorna a essere unica, ogni canale si prosciuga nella banalità del reale.

Visione, una distanza ci divide.

Fuori esplode la poesia di Napoli.

Lo scrittore, adesso sì, si rasserena.

Può finalmente riaccogliere quella napoletanità dalla quale, suo malgrado, non può prescindere.

E il due ridiventa uno, il doppio definitivamente unico.

 

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