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1968, la foto di Smith e Carlos

Era il 16 ottobre 1968, eravamo a Città del Messico, ai Giochi della XIX Olimpiade e quel giorno uno scatto immortalò per sempre la protesta di due ragazzi, che divennero il simbolo della protesta. Ecco la storia della foto di Tommie Smith e John Carlos

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Città del Messico, 16 ottobre 1968.

È il quarto giorno dei Giochi della XIX Olimpiade, una delle edizioni della rassegna intercontinentale tra i migliori atleti della storia più criticate, principalmente per via della scelta di una città che sorgeva ad un’altitudine proibitiva per gli atleti in gara, ben 2420 metri sul livello del mare.

Il mondo era in fermento, e da Parigi a San Francisco la contestazione studentesca stava cambiando il mondo.

In America, il movimento aveva trovato la sua ragion d’essere nella contestazione all’inutile guerra del Vietnam, un conflitto ideologico che opponeva il Nord Comunista sostenuto dall’URSS e dalla Cina al Sud opulento e filoccidentale. In Cina Mao stava ponendo le basi per la rivoluzione culturale e a Parigi la bandiera anarchica sventolava alla Sorbona.

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John Carlos oggi

In questo caos generale, due dei grandi simboli degli anni Sessanta avevano da poco cessato di vivere, entrambi uccisi da chi voleva che la smettessero di cambiare il mondo come stavano facendo: Ernesto “Che” Guevara, il “guerrillero heroico” ucciso dai militari in Bolivia mentre tentava di esportare la rivoluzione cubana, e Martin Luther King, ucciso a Memphis, nel Tennessee, il 4 aprile 1968.

I giochi divennero così un momento per staccare, un attimo in cui il mondo si radunava attorno agli sportivi più famosi per ammirarne le gesta, sospendendo per un attimo persino la lotta che avrebbe reso il mondo, dopo quell’anno, completamente diversa.

Proprio quel giorno, un evento stava per essere immortalato per sempre sulla pellicola, pronta per divenire una delle immagini destinate a cambiare il mondo, come la foto del rivoltoso solitario di Piazza Tien An Men nel 1989 oppure la foto del Marine che bacia un’infermiera a Times Square il giorno della resa del Giappone, nel 1945: i nomi dei due protagonisti, quelli di due giovani sconosciuti, come spesso accade.

Si chiamavano Tommie Smith e John Carlos: entrambi neri, gareggiavano per gli Stati Uniti, un paese nel quale non potevano ancora giocare nella prima divisione nazionale, non potevano bere nelle stesse fontane destinate ai bianchi e neanche potevano sedersi sui loro stessi autobus.

Entrambi erano membri dell’Olympic Project for Human Rights (Il Progetto Olimpico per i Diritti Umani), e quel 16 ottobre corsero i 200 metri.

Arrivarono primo e terzo.

Smith partì forte davanti a Peter Norman, bianco, e giunse all’arrivo in 19”83. Carlos era secondo, ma negli ultimi trenta metri Norman lo sorpassà e si prense l’argento.

Carlos aveva 23 anni, veniva da Harlem e il babbo faceva il calzolaio; Smith, invece, è settimo di undici figli, il padre raccoglie cotone come i neri facevano già cent’anni prima agli ordini dei padroni bianchi. Niente sembra cambiato da allora, anche se stavolta l’uomo bianco, quel Peter Norman arrivato secondo, era anch’egli uno degli ultimi: figlio di un macellaio, aveva 24 anni ed era di una famiglia molto credente: i suoi erano vicini all’Esercito della Salvezza, un’associazione caritatevole che operava per aiutare le famiglie più povere.

Si va così alla premiazione, ma per Carlos e Smith quella manifestazione è l’occasione per manifestare il proprio dissenso: si tolgono le scarpe a simboleggiare la povertà e poi Carlos indossa al collo una collana di pietre in cui ogni roccia rappresenta un nero che lotta per i diritti ed è stato linciato.

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Tommie Smith oggi

Entrambi sanno che giù dal podio la loro carriera sarà finita e tutto sarà per loro un inferno, ma entrambi non ci pensano, né gliene importa.

Carlos, sul gradino più alto, prende la coccarda del programma olimpico per i diritti e se l’appunta in petto; Norman è solidale con loro e gliene chiede una di riserva per indossarla, mentre Smith, terzo, sta già facendo lo stesso.

Mancano solo i guanti per completare l’opera come vorrebbero: Carlos li ha dimenticati al villaggio, ma a questo rimedia Smith, che ne ha un paio che gli ha regalato la moglie Denise. Allora Norman gli dice: “Mettetevene uno tu e l’altro tu”, poi il terzetto sale sul podio per la premiazione e a quel punto entrambi alzano il pugno, Smith il destro e Carlos il sinistro.

Non volevano neanche correre: “Perché dovremmo correre in Messico per poi strisciare a casa?” era il loro manifesto e quello del loro gruppo.

Corsero lo stesso, nonostante tutto, e quella foto li immortalò per sempre: anonimi eroi dimenticati che un po’, con il loro gesto, cambiarono il mondo.

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