Leonard Cohen e un tragico 2016 senza fine



Il nefasto anno colpisce ancora. Ad ottantadue anni, ci ha lasciati anche il poeta e cantautore canadese Leonard Cohen,in uscita con il suo ultimo album. Stasera lo ricordano SkyArte e Rai5

Ci ha lasciati Leonard Cohen (Montréal, 21 settembre 1934 – Los Angeles, 10 novembre 2016). Una scomparsa che sembra intersecarsi inesorabilmente all’oscurità del suo ultimo canto funebre, You want it darker. E così il testo si trasforma in un epitaffio, che ha un’arcana assonanza con David Bowie e l’uscita di Blackstar.

Leonard Cohen e un 2016 senza pietàUna profezia che evoca il commovente addio alla musa, amica ed ex compagna Marianne Ihlen (amore che ispirò So Long Marianne e Bird on a wire), lo scorso 29 luglio:

Ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non serve che io ti dica di più poiché lo sai già. Adesso, voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore infinito. Ci vediamo lungo la strada. È venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. So di esserti così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia”.

Leonard Cohen mosse i primi passi come poeta sull’onda dell’entusiasmo per García Lorca. Il successo arrivò con Suzanne, cantata dalla folk singer Judy Collins, e con l’album Songs of Leonard Cohen (1967), in cui risalta la drammaticità scarna di spettri senza meta nella struggente ballata The Stranger Song.

Leonard Cohen e un 2016 senza pietà

Negli anni ottanta il grande ritorno con l’album I’m your man (1989), in cui risuonano preponderanti sia la vena spirituale e religiosa – il ricorso al buddismo senza tralasciare le origini ebraiche e un ancestrale sentore gitano – sia quella sarcastica e antinomica, senza dimenticare quella del desiderio voyeuristico, virato dal corpo femminile al suo stesso corpo, offerto come schermo su cui proiettare l’immaginario sessuale delle donne.

Leonard Cohen era quella esile silhouette, ombreggiata dall’inseparabile cappello, sorretta dall’eleganza del portamento, affidato al bastone da show man di altri tempi. 

Era le sue canzoni ,che si reiteravano tutte uguali, scandite dalla devastante penombra e solitudine di un motel; era l‘attitudine a scrivere dei turbamenti umani riecheggiati da una voce calda e tagliente, la “voce di rasoio”, adagiata su melodie delicate e suadenti, spesso infrante dal suo canto profondo e a volte sgraziato, poi maledetto da voci ben più celestiali, come accaduto con Hallelujah nella versione di Jeff Buckley.

Leonard Cohen e un 2016 senza pietà“Le mie canzoni sono come le vecchie Volvo. Non vanno molto forte, ma arrivano sempre”.

Un canto eterno di redenzione, una preghiera di amore e morte, oggi diventate ancora più malinconiche. Che poi “La morte interrompe la vita, non la poesia”.

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