Sono morto. Dio al pianoforte?

dio

Sono morto. E fin qui, nulla di speciale. Certo, alla tenera età di 39 anni, fa un po’ specie morire. Ma tant’è: l’Eguagliatrice che numera le fosse ha chiesto il mio fio, e io sto qua, aspettando Dio. Nulla di più, nulla di meno

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Avete presente le nuvolette, San Pietro, il cielo blu e le schiere degli angeli? Sì? Resettate tutto. Io, e sto ormai aspettando Dio da più di un’ora, vedo solo una panca, un corridoio scuro che sembra esistere solo per giustificare la presenza della panca di cui sopra, e un tizio col colbacco che mi chiede continuamente:<Ma com’è stato?>

“Cazzi tuoi, niente, eh?”

Che poi, a dirla tutta, fino ad adesso ho risposto a tutte le domande; anche a quelle del ciccione col toscano agli angoli della bocca che fumava e chiedeva, chiedeva e fumava. Dopo avermi sentito inanellare la selva di insuccessi che una vita che si rispetti porta inevitabilmente con sé, mi ha raccomandato di mettermi finalmente seduto lì, in attesa di Dio. Certo, anche lui mi ha chiesto:<Ma com’è stato?> Poi però, evidentemente stanco di far finta di non sapere, ha cominciato a sbellicarsi dalle risate.

Vabbuò, ho capito, ve lo dico. Sono morto, io antiliberista, antimperialista, anticapitalista convinto, a causa di un panino. Cioè, di un particolare tipo di panino. Santo Dio, sì, lo ammetto, era un mcchicken.

Stronza di un’ironia della sorte!

Mica è colpa mia se Amaranta lavorava lì e l’unico modo per vederla era ingozzarmi di panini del Mc Donald’s? Tanto tuonò che piovve: l’ultimo morso del mcchicken mi è rimasto qui, piantato da qualche parte in gola, fino a portarmi dritto dritto in questo corridoio, come vi dicevo, ad aspettare Dio.

Si apre una tenda. L’uomo col colbacco mi dice che tocca a me ma mentre sto per entrare mi si avvicina curioso e, per l’ennesima volta, mi chiede:<Ma com’è stato?>

<Ma vaffanculo!>

Una voce, dal timbro di quelle da palcoscenico:<Dio è qui.>

Un teatro di periferia, di quelli raccolti, quasi intimi. Al centro della sala, un pianoforte: nero, a coda, immenso. Tutt’intorno candele, oggetti e suggestioni del Novecento.

Sono morto. Dio al pianoforte jpg

Diavolo rosso dimentica la strada…

Bartali con gli occhi allegri da italiano in gita…

Fuori piove un mondo freddo…

E’ proprio un pianoforte da concerto, dal suono avvolto dal mistero, un pianoforte a coda lunga, nero… 

Il Mocambo e il curatore sembra un buon diavolo…

Un gelato al limon con l’intelligenza degli elettricisti…

Genova e il sole è un lampo giallo al parabris…

Azzurro e neanche un prete per chiacchierar.

All’estremità del suo piano da concerto, quello dal quale ha tolto un piede per vedere meglio il suo pubblico, ci sta lui. Un paio di baffi sornioni, un naso di quelli che hanno esaurito lo spettro delle profumazioni del mondo, gli occhi dell’avvocato che ha scandagliato tutte le memorie che un cuore umano può produrre.

<Dio…tu?>

Mi sorride con quell’aria tra l’allusivo e il timido. Giusto il tempo di insufflare il pneuma divino ai polpastrelli. Le nervature delle sue dita, quasi artritiche per il tormento e l’ironia che la sua maestria esige, tiranneggiano la testiera, ricavandone moti d’infinito.

E il jazz in cui l’uomo scimmia cammina…

L’ultima carità di un’altra rumba che è soltanto un’allegria del tango…

La fuga che tiene la sua accademia sotto lo sguardo vitreo dei bicchieri di boemia…

Un valzer di vento e di paglia…

Blue tango tra le ombre verdi di un bovindo, gustando un’acqua al tamarindo…

Alle prese con una verde milonga in cui il musicista si diverte e si estenua.

Dal suo angolo di ispirazione, Dio Conte mi fa un cenno. Si liscia il baffo e serio mi chiede:<Ma com’è successo?>

In quel momento mi vien quasi da piangere pensando che anche lui, il Dio del mio paradiso, mi voglia prendere in giro. Poi mi chiede di spiegarglielo con i tasti del pianoforte. Si siede e mi costringe quasi a prendere il suo posto, lì, sulla panca del protagonista.

Tradurre quella morte assurda con la tastiera? Ci provo, ma ne vien fuori un accordo talmente sguaiato da far provare sdegno al pianoforte di Paolo Conte.

Mi mette una mano sulla spalla. Dalla sua voce ruvida e suggestiva come la terra dei giardini pensili che hanno fatto il loro tempo, mi dice:<Ritorna lì, e vieni dal tuo Dio quando avrai un accordo meno stonato da suonare.>

Un’occhiolino d’intesa e una mano sul pianoforte.

E ricomincerà…come da un rendez-vous…parlando piano tra noi due….

E niente, poi mi sveglio.

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