Le Iene e la Nyaope: la nuova droga dell’Africa



Gian Piero Ventura

Fatta con veleno per topi ed altre sostanze chimiche, la “Nyaope” si è diffusa in Africa come un’epidemia

Nyaope, è questo il nome della nuova droga che sta rendendo tossica l’Africa.

Nel servizio andato in onda ieri sera nel programma de “Le Iene” , Cizsco e la sua troup si sono recati a Johannesburg città in cui la Nyaope si è diffusa più che in altre. Questo perché è una città enorme, milioni di persone vivono in baraccopoli in condizioni di povertà estrema, senza acqua né luce.

A questo si aggiunge la piaga dell’HIV: nella metropoli ci sono 5 milioni di sieropositivi. Tra i giovani più poveri si è diffuso la “nyaope”: una droga sintetica che si può comprare per pochi euro e che principalmente si fuma. È per lo più un mix di eroina, cannabis, metanfetamine, veleno per topi e farmaci anti-retrovirali. Il veleno per topi, infatti, fluidifica il sangue e permette alla sostanza di arrivare al cervello molto più rapidamente.

Procurarsi queste sostanze (soprattutto i farmaci anti-retrovirali) non è difficile, questo perché in Sudafrica il problema della sieropositività è tanto diffuso che ogni clinica possiede queste sostanze, che (come ci spiega il servizio) vengono per lo più rubate da chi prepara e spaccia il “nyaope”.

Effetti del Nyaope

La Iena Cizsco, durante il suo servizio, intervista un ragazzo che si sta preparando una dose di nayope: uno spinello di cannabis e tabacco a cui viene aggiunta una polvere bianca. 

Dalle parole del ragazzo si capisce che basta una sola dose per esserne dipendenti. Non fumare questa sostanza significa andare incontro a dolori lancinanti allo stomaco, all’insonnia e ad un senso di irrequietezza che è la causa principale della dipendenza.

Come il ragazzo intervistato, che si fa chiamare “Little G” (perchè è il più piccolo del gruppo), ce ne sono tanti. La vita di questi ragazzi ruota intorno alla Nyaope che, per una ventina di minuti, li rende totalmente incapaci di ragionare. Quando la fumano (o la iniettano addirittura) cadono in uno stato quasi vegetativo che permette loro di avere la testa “priva di qualsiasi pensiero”.

La storia di “Little G” è la parte più commovente del servizio. Lui è consapevole dei rischi che corre e dice di voler smettere. Il ragazzi sa, però, che da solo non potrà mai farcela. L’unica cosa che vuole è un aiuto da parte di un centro specializzato nella cura delle dipendenze. Dopo aver stretto un rapporto di fiducia con lui, La Iena Cizsco decide di accompagnarlo in un centro di riabilitazione, dove il ragazzo viene accettato per cominciare un percorso di terapia.

Il servizio termina con un lieto fine.

La Iena, a distanza di cinque mesi, decide di fare una telefonata al ragazzo per sapere se ha mantenuto la sua promessa (quella di uscire da questo tunnel fatto di Nyaope). Le notizie sono buone: le sue condizioni fisiche sono migliorate ed è tornato a scuola. La madre, che sapeva della sua dipendenza ma non sapeva come aiutarlo, conferma le buone condizioni del figlio che (purtroppo) è solo uno dei pochi fortunati ad aver vinto.

 

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