Il “Patto del Nazareno” è morto. Viva il “Patto”



PATTO DEL NAZARENO

L’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica ha scatenato reazioni a catena che stanno investendo diversi equilibri presenti nel Parlamento italiano; è finito il “Patto del Nazareno”?

La situazione creatasi sembra quasi descrivere una partita a scacchi in cui i giocatori, pur avendo ben in mente cosa fare, aspettano imperterriti la mossa dell’avversario per adeguarsi di conseguenza.

Il tutto è cominciato poco prima della quarta (poi decisiva) votazione per il Presidente della Repubblica, quando l’ex governatore della Puglia Raffaele Fitto ha deciso, insieme ai suoi 40 “seguaci”, d’intraprendere una strada differente rispetto a quella del leader di FI Silvio Berlusconi.

Questa frattura interna del centrodestra (che ha coinvolto inevitabilmente anche l’NCD di Alfano, riallineatosi con il Governo) ha lasciato numerosi strascichi che hanno aperto una nuova fase politico-istituzionale nel nostro Paese.

La svolta si è avuta con la dichiarazione di Giovanni Toti, portavoce di FI, sul famoso “Patto del Nazareno” (“Il Patto del Nazareno, così come è stato interpretato fino a oggi, noi lo riteniamo rotto, scegliete voi come possiamo dire, congelato, finito”) in cui l’ex direttore del TG 4 e di Studio Aperto rileva la strategia che i “forzisti” intendono adottare da questo momento in poi.PATTO DEL NAZARENO

Da questo preciso istante parte una sfida giocata tutta “sui nervi” in cui i maggiori partiti delle due coalizioni principali, PD e FI, adottano una strategia fondata su mosse e “contromosse”, atte a risanare lo strappo o quantomeno elevarsi a una posizione di “superiorità”.

La reazione immediata (succeduta alle dichiarazioni al vetriolo del vice-segretario PD, Deborah Serracchiani, e dagli esponenti dem) è stata quella d’intervenire direttamente sugli “interessi di parte”.

Infatti, il 4 febbraio, è stata presentata la rimodulazione di alcuni emendamenti, presentati da deputati PD, Lega e Per l’Italia, inerenti la distribuzione delle frequenze TV (che priverebbe RAI e Mediaset di fondi per redistribuirli ad altre emittenti) a cui è seguito subito un vertice di governo in cui è stata fissata l’estensione dell’area del reato di falso in bilancio.

Le risposte alle rimostranze berlusconiane da parte della maggioranza di governo, però, sono state molto ambigue in quanto, mentre da un lato fungono da monito per l’ex Cavaliere in caso di mancato riallineamento con le riforme, dall’altro sembrano aprire un nuovo scenario istituzionale.

Quest’ultimo dato, reso visibile durante l’elezione di Mattarella, è stato rimarcato dalla scomparsa del gruppo parlamentare di Scelta Civica e dall’annessione dei suoi componenti (escluso Mario Monti) in quello del PD.

Alla situazione è da aggiungere l’anomala disponibilità delle varie anime interne ai “democrats” che sembra tranquillizzare anche la maggioranza di governo sul percorso intrapreso.

La partita a scacchi è appena cominciata, ma, come sempre, riserva diverse sorprese come dimostrano i voti “bipartisan” sui ddl anticorruzione e trasparenza.

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