Serena Altavilla
Foto di Silvia Bavetta

Al suo debutto discografico, “Morsa” è disponibile dal 9 Aprile, Serena Altavilla dà voce a Medea, Le Erinni e Giovanna d’Arco

Se non fosse un disco, “Morsa” potrebbe essere tranquillamente uno spettacolo teatrale, in particolare una tragedia greca, di quelle con al centro una donna in cerca di vendetta nei confronti dell’amato fedifrago,  con il favore degli dèi.  Nella voce di Serena Altavilla, al suo debutto discografico da solista dopo anni di militanza in ensemble chiave dell’alternative-rock italiano, non c’è tuttavia solo la cieca furia delle Erinni o l’insopprimibile pulsione, tipica di un archetipo femminile come Medea, di ripagare chi ci ha fatto del male con un male ancora più grande, ma trova spazio anche l’amore nella sua forma più totalizzante, talmente totalizzante  da diventare quasi una condanna, di quelle che hanno portato Giovanna d’Arco sul rogo come eretica.

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Ed all’idea di una condanna sembra rifarsi il brano più particolare di “Morsa”, undici tracce prodotte da Marco Giudici per Blackcandy Produzioni, Forca: la canzone, infatti, non ha testo ma è solo una lunghissima onomatopea che suona come l’ultimo respiro esalato dal condannato. Un urlo d’amore prima doloroso e poi disteso a significare, forse, il ritrovato equilibrio, la ritrovata felicità della protagonista, finalmente libera dalle passioni dolorose della vita terrena, l’amore su tutte.

Il qui ed ora, tutta la materialità tipica del teatro, si ritrova in certo qual modo anche nella produzione di “Morsa”, un disco genuinamente suonato (tra i musicisti che vi hanno lavorato v’è anche Fabio Rondanini degli Afterhours, ndr.) che attinge con le pinze dai mondi musicali che fanno la parte del leone nelle classifiche di oggi. Racconta Serena: “Con il produttore Marco Giudici abbiamo messo insieme strumenti classici e strumenti più contemporanei. Volevamo creare una sorta di straniamento. Nella produzione, abbiamo cercato di mantenere l’essenza dei brani, tutti nati solo piano e voce”.

E ancora: “Le collaborazioni? Sono nate tutte in maniera molto spontanea. Ho girato tanto con la musica e ho conosciuto tante persone. Con alcune di queste, mi ero sempre ripromessa di fare qualcosa e poi finalmente il momento è arrivato (…) Anche i musicisti che ho conosciuto grazie al mio produttore sono entrati subito nel mio mondo e sono diventati amici. La musica è fratellanza, comunità, e questa è una cosa che mi porto dietro dalle esperienze che ho avuto come componente di band”.

Tanti strumenti diversi, ma ce n’è uno che (ad un ascolto approfondito dell’album) pare dominare su tutti, ed è la voce: in fondo, se vogliamo rimanere in metafora teatrale, anche gli attori tragici dell’antica Grecia, senza orpelli e con scenografie appena indicative, potevano fare esclusivamente appello sulla voce, e anzi al più indossavano una maschera che la amplificasse e che la facesse arrivare anche agli spettatori più lontani:

“Il mio strumento per eccellenza è sempre stata la voce. Sin da piccola sono affascinata dalle sue potenzialità. E poi amo l’idea della performance: ogni scusa era buona, da piccola, per mettermi delle sedie davanti ed esibirmi. Per un periodo ho studiato danza, e ho preso tanto anche dal teatro e dal cinema (confessa che il suo “santino” è David Lynch, ndr.). Avrei sempre voluto entrare in una scuola come quella del film Saranno Famosi”.

Se ascoltandola, a più riprese potranno venirvi in mente Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista e, di più,  l’indimenticabile Elisabetta Imelio dei Prozac+, sappiate che la lista di muse ispiratrici di Serena Altavilla è lunghissima e va da Mina (“Il suo squillo mi ricorda un suono dell’infanzia”) a Edith Piaf. Tra i gruppi, invece, “A casa mia si ascoltavano tantissimo i Beatles”.

Ma a proposito di donne e musica, è ancora così un tabù la figura della cantautrice in Italia?, chiedo.

“Io non sono propriamente una cantautrice, i testi del mio album (Epidemide è il singolo di lancio, ndr.), sono scritti insieme a Patrizio  Gioffredi. Sicuramente quando sei una donna, è più facile che ti dicano quanto sei bella che quanto sei brava. Sta a noi farci sentire (…) Le cantautrici esistono, io ne conosco molte e sono bravissime”, risponde Serena,  idealmente alla testa di un esercito di donne della musica come la Lisistrata di Aristofane, che chiude con un endorsement: “Ultimamente, per esempio, è esplosa Madame che ha uno stile clamoroso”

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