“Storia della Rivoluzione russa”, di W.H.Chamberlin: la recensione



storia della rivoluzione russa

Storia della Rivoluzione russa è un libro che, come ci dice lo stesso scrittore W.H.Chamberlin nella prefazione, “è frutto di dodici anni di studi e di ricerche”, principalmente nella ex Unione Sovietica

Oggetto di studio dello scrittore è quel lasso di tempo, ricco di eventi e di implicazioni future, che parte dalla caduta del regime zarista (marzo 1917) e arriva fino all’introduzione della cosiddetta “nuova politica economica” (marzo 1921).

Il tutto, ovviamente, senza tralasciare la sanguinosa guerra civile che seguì la rivoluzione bolscevica.

La domanda che lo scrittore americano si pone e alla quale, mentre analizza tutte le tappe che hanno portato alla rivoluzione russa (per certi versi, un unicum nel pur ricco panorama di rivoluzioni che l’hanno preceduta e seguita), si sforza di rispondere, è la seguente: come fu possibile a Lenin e alla sua schiera di seguaci relativamente ristretta (da studi attendibili, si parla di circa venticinquemila bolscevichi presenti in Russia al momento della caduta del regime zarista) conquistare il potere?

E soprattutto, come siffatto potere si è potuto conservare contro l’accanita resistenza delle antiche classi dirigenti che al tempo dello zar Nicola II facevano il bello e il cattivo tempo, con l’avallo determinante (in altri contesti) dei governi degli Alleati.

Senza contare, poi, i vari nemici che, a partire dal conservatore Krasnòv, passando per Denikin-Vrangel’ con il loro “Esercito volontario” e terminando con l’anarchico Machnò, hanno a più riprese e da diverse posizioni combattuto i bolscevichi.

Le risposte, dopo un’analisi approfondita, quasi scientifica delle fonti in possesso dello scrittore, sono molteplici e diverse.

Per quanto riguardo la fase della conquista del potere, tra le altre, l’autore non può esimersi dal menzionare il sistema di governo degli zar con la sua incapacità di soddisfare il bisogno di terra dei contadini e i suoi metodi repressivi; così come non può evitare di soffermarsi sulla guerra mondiale che accrebbe la miseria nelle città e nelle campagne fino a portarla a un livello insostenibile.

Per ciò che attiene invece al mantenimento del bastone del comando da parte del genio direttivo di Lenin, dell’audacia e dell’entusiasmo di Trockij, e della fredda risolutezza di Stalin, i fattori che lo hanno permesso sono diversi.

Come non citare, a questo proposito, la differenza tra i bolscevichi, uniti e compatti tra le maglie del Partito, e le divisioni sempre presenti nei suoi avversari?

 

Ad esempio il già citato Machnò combattè Denikin e Vrangel’, che teoricamente volevano tutti liberare la popolazione dal potere rosso, anche più accanitamente di quanto si scagliò contro i comunisti.

La verità, a conti fatti, è che tra i conservatori e i contadini anarchici non ci poteva essere alcuna collaborazione: troppo diversi per ceto e per aspirazioni sociali.

I bolscevichi, poi, possedevano un’invidiabile posizione (geografica) centrale.

I capi bianchi, invece, succedutisi volta per volta, erano divisi l’un l’altro da grandi estensioni di terra e di mare, nell’impossibilità, quindi, di coordinare le loro azioni.

Inoltre la stragrande maggioranza di armi e munizioni accumulate durante la prima guerra mondiale si trovava depositata in territorio bolscevico, costituendo, quindi, un indubbio vantaggio per i rossi.

Infine i socialisti rivoluzionari, probabilmente l’unica alternativa possibile ai bolscevichi, da un lato si dimostrarono più volte incapaci di imporsi in maniera unitaria e concreta, dall’altra, come i girondini della rivoluzione francese, non riuscirono mai a venir fuori da una posizione di ambiguità sostanziale: troppo a sinistra per la borghesia, troppo a destra per gli operai che stavano acquistando una coscienza di classe. Senza contare, poi, l’errore imperdonabile dei socialisti rivoluzionari di fondare il loro consenso sui contadini russi: su una classe sociale, cioè, ancora troppo acerba e ignorante per essere determinante nella presa del potere.

Ovviamente, sia pure di notevole importanza, questi fattori presi singolarmente, spiegano ben poco.

Solo mettendoli tutti assieme, coordinandoli, si riesce a capirne il ruolo dirimente nella genesi e negli sviluppi del periodo storico preso in esame da W.H.Chamberlin. A patto, ovviamente, di non dimenticare l’elemento cardine senza il quale nessuna rivoluzione, massimamente quella russa con la spietata oppressione dello zar, sarebbe mai potuta scoppiare: l’anelito di giustizia per troppo tempo ignorato e per tanti decenni vilipeso dalla classe dominante.

 

 

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