The Rain: quando l’acqua diventa morte su Netflix



La nuova serie post-apocalittica danese, The Rain, strizza l’occhio ai giovani, affrontando varie tematiche adolescenziali. Il tutto, però, è calato in un contesto surreale, in un mondo senza regole

Da un po’ di tempo a questa parte, su Netflix è venuta a mancare la componente “survival”. Gli horror post-apocalittici cominciavano a scarseggiare sulla piattaforma streaming, ma lo scorso 4 Maggio è sbarcata sulla piattaforma The Rain.

Ambientata in Danimarca, The Rain (come indica anche il nome) pone l’accento proprio sulla pioggia, elemento fondamentale e trainante della serie. Lo sfondo è il più classico dei post-apocalittici: un disastro batteriologico avallato proprio dalle gocce d’acqua.

Così, la serie da una parte strizza l’occhio a grandi opere del panorama catastrofico (come i capolavori Io Sono Leggenda e 28 Giorni Dopo), tra atmosfere spettrali e ambientazioni tipicamente nordiche. Dall’altra, però, conserva una sorta di originalità, che riesce ad incuriosire gli spettatori.

Cade la pioggia e tutto lava…

A fare da sipario in The Rain, vi è una vicenda incalzante. Già dopo pochi minuti dall’apertura della serie, è introdotto lo scenario apocalittico: la giovane Simone (un’ottima Alba August) deve sostenere un esame a scuola. Improvvisamente, però, suo padre interviene per portarla via, inizialmente in maniera misteriosa.

Il motivo viene presto svelato: una pioggia mortale sta per precipitare dal cielo e con lei precipiterà anche un virus mortale, destinato a sterminare la popolazione. Il padre è uno dei pochi ad esserne a conoscenza, in quanto creatore dello stesso virus.

Ed è qui che la trama cambia passo. Da un clima soft e distensivo, si passa ad una suspense accelerata. La famiglia intera si rifugia in uno dei bunker sotterranei dell’Apollon, ditta fautrice del virus. Qui, però, la vicenda prende un’altra maledetta piega: le strade del padre Frederick e della famiglia si separano, e la stessa madre Ellen, nel tentativo di salvare il figlio Rasmus da uno sconosciuto, muore colpita dalla pioggia.

A questo punto vi è uno stacco di ben sei anni. I ragazzi sono cresciuti, restando nel bunker, e decidono di uscire. Ma lo scenario è cambiato. La Danimarca civile non esiste più, ed ha lasciato posto ad uno scenario desolante, cumuli di macerie e ad una guerra di sopravvivenza. Una speranza c’è ancora: i due fratelli si uniscono ad un gruppo di persone (Martin, Lea, Jean, Patrick e Beatrice) nella lotta al virus e per scoprire che fine abbia fatto Frederick.

28 Giorni Dopo… la pioggia

Il titolo che scegliamo per descrivere la serie non è casuale. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza nel genere, riconosce subito molte analogie con il capolavoro di Danny Boyle, datato 2002. Le vicende della serie sono molto simili, entrambi catastrofiche e apocalittiche, in cui l’unico scopo diventa la sopravvivenza.

Il fascino di The Rain, però, è legato soprattutto agli scenari. I paesaggi scandinavi, conditi da boschi incontaminati e cieli grigi, ben si alternano con un mondo in rovina, distrutto, figlio dello sconsiderato comportamento umano.

Il racconto, inoltre, è incalzante fin dal primo momento. Vive di alcuni momenti di stasi, certo, ma il ritmo resta pressante, alimentato da paranoie pessimiste e da una costante paura del “pericolo dietro l’angolo”. Grazie ad una discreta componente action, lo show si mantiene godibile per tutta la sua durata, alimentato anche da un’evoluzione della vicenda che ben si attiene alla sua natura disastrata.

Il carattere che manca

Parliamo ora delle note stonate della serie. Oltre ad alcune sbavature di costruzione della trama, che si contorna di alcuni passaggi eccessivamente semplici, la delusione tocca una componente fondamentale: i protagonisti.

In The Rain, la sensazione è che non ci sia un vero e proprio protagonista. Colpa, forse, della mancanza di caratterizzazioni e di un vero e proprio “leader”. Questa, però, potrebbe anche essere una scelta precisa, tenuta a valorizzare la forza del gruppo e non quella dei singoli.

La recitazione, inoltre, in alcuni punti manca di emotività e in altri appare davvero forzata, in cerca di equilibrio. Un equilibrio che, nel corso della serie, gli stessi attori non sono evidentemente riusciti a trovare.

Altro aspetto “negativo” sono le crisi adolescenziali. D’accordo, sicuramente si punta sui teenagers, ma si tratta pur sempre di un post-apocalittico. Un maggiore focus sulla nascita del virus e sulla sua propagazione non sarebbe stato certo un male.

Conclusione: un tentativo non riuscito del tutto

The Rain lascia l’amaro in bocca. Una serie con un incipit così interessante, con una trama semplice, ma ben architettata, poteva essere decisamente valorizzata meglio.

In generale, si tratta di un buon tentativo, apprezzabile sicuramente per il suo “farsi strada” in un monopolio di produzioni americane. Gli scandinavi, però, hanno ancora molto da imparare, per poter impensierire effettivamente oltreoceano.

L’approccio, troppo frettoloso da una parte e troppo superficiale dall’altra, aumenta i rimpianti. Una serie che sarebbe potuta essere un colpaccio, ma che, a conti fatti, non lo è stata.

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