Il cinema in città: la recensione di The Square di Ruben Ostlund, palma d’oro come miglior film, capolavoro trionfante all’ultimo Festival di Cannes

La trama di The Square di Ruben Ostlund

Christian è il curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma. Una mattina, sulla strada per il lavoro, soccorre una donna in pericolo e si scopre derubato del telefono e del portafoglio. Al museo, intanto, lui e la sua squadra stanno lavorando all’inaugurazione di una mostra, che prevedere l’installazione dell’opera “The Square”: un quadrato delimitato da un perimetro luminoso all’interno del quale tutti hanno uguali diritti e doveri, un “santuario di fiducia e altruismo”.

C’è una scena in “The Square”, il nuovo film del regista svedese Ruben Ostlund vincitore della Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, dove tutti gli invitati di una cena sono vittime di una performance art bizzarra e iper violenta. Un uomo semi nudo cammina prima che inizi il banchetto tra la borghesia svedese come fosse un animale feroce. All’inizio come qualsiasi forma d’arte che deve arrischiarsi lo spettatore e dargli il tempo dell’immedesimazione, tutti stanno al gioco mostrando coraggio e partecipazione in nome del sano divertimento.

Quando poi, la finta bestia umana continua il suo gioco e inizia a saltare sui tavoli, rompere bicchieri e importunare donne, gli ospiti alla cena imbastita dal museo più importante di Stoccolma, iniziano a terrorizzarsi e a scappare. Alcuni uomini invece, lo massacrano di botte. Stacco di montaggio, cambio di scena, il sipario sul mondo però resta ancora aperto: barboni sui marciapiedi si coprono con il cellofan dalla pioggia, nelle metropolitane si proteggono con i pochi stracci che hanno dall’umidità tagliente.

Paradossalmente, fin quando si può parlare di finzione?  Fino a quando si può discutere sulla realtà senza ammettere la sua assurdità? Due scenari diversi, uno artistico che incespica nella violenza del reale, uno reale che per parossismo viene emulato dalla finzione, perché come Ostlund fa dire al suo protagonista Christian “Se mettiamo una borsa in un museo, quella borsa diventerà opera artistica?”

Così con i poveri, così con i senzatetto, così con i barboni, simulacri di altre vite, “opere umane” urgenti, che finiscono per essere propaganda e pubblicità di una finta morale, dell’uomo contemporaneo che non guarda mai oltre il proprio ego, che si spaventa addirittura, di lasciare precauzioni riempite dal proprio seme nella casa dell’ultima donna portatasi a letto.

Ostlund procede con tutta la sua originalità scandinava e beffarda, mai pedissequamente, parlando dell’arte vuota, cieca, accessorio di un mondo senza firma, senza forma, senza contenuti. Lo fa diramando il suo capolavoro con didascalie, senza averne paura, senza sottolineare delicatamente, ma scolpendo il significato di cui si fa portatore in grassetto, andando oltre il didascalismo, oltre il semplice grottesco, per rendere immediato e urgente il suo messaggio, ammettendo l’importanza delle parole semplici, scuotendo in maniera elementare ma formidabilmente violenta, ripetendo il suo discorso in tanti siparietti (forse non del tutto ben amalgamati) come si ripete una lezione per arrivare all’interrogazione per primi ed essere il primo della classe.

Non lo fa mai in maniera leziosa, però: tutto è finzione divertita nel suo cinema, una caccia al tesoro ardua ed aneddotica. È quella parte dell’interrogazione dove vuoi farti ascoltare, portatore di principi, mai presuntuoso di nuovi discorsi.

Ostlund fa cinema con grande coraggio, arrischiandosi e rischiando. Ne esce un ibrido perfetto, un’omelia capricciosa, altisonante, non sempre perfetta, ma molto più fluida della sua opera precedente “Forza maggiore”. Si permette momenti di dura tensione e di dramma etico o di coscienza ridendo al mondo amaramente e guardandolo compassionevolmente dalla sua mdp.