tribù urbana
da comunicato

A poco più di una settimana dall’uscita di Tribù urbana di Ermal Meta, l’album domina la vetta della classifica Top of the Music. Ecco la recensione di un progetto sonoro a più colori, tutto da divorare

Questa recensione potrebbe apparire anacronistica, poichè Tribù urbana di Ermal Meta, è stato pubblicato lo scorso 12 marzo. Eppure vi assicuriamo che questo commento è frutto di una piacevole e lenta metabolizzazione. Del resto, una preda tanto attesa, merita se non altro di essere ben ispezionata prima di essere addentata.

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La famelica metafora appena esposta fa riferimento ad un post che Ermal Meta aveva pubblicato qualche giorno prima del lancio di Tribù urbana. “Ve lo mangerete questo disco: Promesso!” si legge nello scatto che ritrae l’artista intento a mordere la copertina del disco. Una polaroid semanticamente piena che ha effettivamente anticipato un album d’impatto.

Che buona idea quella di accostare l’immagine dell’album a quella di un succulento bocconcino da assaporare, colta nell’immediato dal fedelissimo esercito di Lupi. Per chi non lo sapesse, i Lupi di Ermal, è la fanbase ufficiale dell’artista che da anni corre al fianco del suo capobranco. La reazione? Collage di fan che mordono Tribù urbana, come se piovesse. E questo ci piace.

Una dimostrazione di affetto che ha fatto balzare l’album in vetta alla classifica Top of the Music. La musica infatti prima di tutto va acquistata, onore quindi a chi nel 2021 sceglie ancora di comprare i tradizionali formati fisici come disco e vinile. Il successo di Tribù urbana è dovuto anche e soprattutto al contenuto e a tutti i mondi che Ermal Meta ha scelto di popolare.

Dicevamo che questa recensione arriva con ben dieci giorni di ritardo e con fiera consapevolezza. Iniziamo col dire che Tribù urbana non è un progetto che va assaggiato in fretta, ma in maniera lenta, assaporandone ogni singola componente. Dentro ci sono vent’anni di musica, quella suonata, sofferta e sperimentata da Ermal Meta.

Traccia per traccia

L’accesso alla Tribù urbana si ottiene con il brano Uno ed ecco che “si accendono milioni di luci”, sono quelle primordiali, quelle delle origini, le stesse che come in un propiziatorio rito di iniziazione ci ricordano che “visti da sù siamo tutti uguali”. Luminose e vere fino ad essere crudeli sono anche Le stelle cadenti.

Le stelle cadenti della seconda traccia di Tribù urbana scottano perchè terribilmente sincere quando sbattono in faccia che “il regalo che nessuno vuole è la verità”. Questo brano è musicalmente coinvolgente ed ha un sound che resta bene in testa, al punto da aver tentato lo stesso cantautore verso la porta di Sanremo, alla fine lo sappiamo, ad aver avuto la meglio è stata Un milione di cose da dirti.

“Avrei un milione di cose da dirti, ma non dico niente” canta Ermal, mentre l’orchestra dell’Ariston gli assegna il premio Giancarlo Bigazzi per la miglior composizione musicale a Sanremo 2021. Un milione di cose da dirti è la terza traccia del disco e l’ironia della sorte ha voluto diventasse anche la terza classificata al Festival della canzone italiana. Era destino o forse destino universale?

Il destino universale è la canzone più Dalliana dell’album. La storia dei protagonisti del brano scorre entro una ruota che gira “e lo fa senza chiedere” e non si sono trucchi, è “solo un viaggio circolare”. A mitigare il senso fatalista e a tratti claustrofobico del testo, un pop tutto da canticchiare. Lucio Dalla torna anche in Nina e Sara, ma in una forma che non ti aspetti.

“E’ un giugno bollente dell’87” quando Nina e Sara si devono difendere dalle “lingue amare” colpevoli di un amore “che non pretende niente”. Il finale aperto della canzone è un chiaro omaggio alla Anna e Marco tratta dall’album “Lucio Dalla” del 1979. Anche lo stile è quello, Ermal esplora e si diverte nel mondo del cantautore modenese, senza mai resentare l’emulazione.

L’uomo, l’amore e i ricordi

La sesta traccia è No Satisfaction, hit che ha tra l’altro anticipato Tribù urbana entrando in rotazione radiofonica con entusiasmo di ascolto. Si balla sulle chitarre elettriche che graffiano la seconda parte e il refrain in crescendo, è una liberatoria esplosione vocale. La stessa vocalità nobile e soffusa che ritorna in Non bastano le mani in cui se non riesci a liberarti dell’amore puoi “portarlo via con te”. Rappresenta uno dei brani più intensi e spezzati del disco, perchè si pone esattamente a metà tra una dedica d’amore e una ferita al cuore.

L’uomo, l’amore e i ricordi riempiono la seconda parte dell’album, creando quasi una linea invisibile di separazione. Per citare le vecchie musicassette è come se ci addentrassimo nel Lato B del prodotto. Ma attenzione a segnare la demarcazione perchè non esiste, non è nè temporale, nè narrativa. Come già detto, abbiamo a che fare con un disco d’impatto e come spesso accade, nasce e si sviluppa senza sapere dove va.

Un altro sole mette al centro l’uomo e l’idea utopica di universo in cui tutti sono importanti e dove non c’è “nessuno di giusto o sbagliato”. E mentre ci si interroga sul fatto che queste sognanti atmosfere possano essere possibili o meno, sentirsi invisibili è un attimo. Gli invisibili “sono gli ultimi di questa lunga fila”, quelli “che vedi quasi sempre sullo sondo”, ma questo esercito di ultimi è formato da persone che quasi sicuramente “salveranno il mondo”.

Percorrendo il lungo filo di Tribù urbana si arriva a scontrarsi con i giganti, con gli stessi che conducono una Vita da fenomeni, quelli che tra un salto e l’altro sono diventati grandi, ma non abbastanza da arrendersi agli scacchi imprevisti della vita. A cospetto di questo mare di disordine trovare Un pò di pace è doveroso e necessario e si può farlo tra le braccia dell’altro dove è certo che la luna è più bianca e splendono forte i ricordi.

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