uocchie

I primi uocchie, con agli angoli la fatica cristallizzata della notte, sono quelli mie sopportati dalla montatura degli occhiali

“Bel capolavoro!” – mi accusano guardandomi nello specchio. E poi, infierendo come gli avvoltoi sulla carogna: “Secondo noi” – dissacrano – l’evoluzione della specie è come la corazzata Kotiomkin: una cagata pazzesca.”

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I secondi uocchie, con la minaccia che se te ne esci con il classico “ci vediamo dopo” minimo minimo ti ritrovi con un ghirigoro sulla fiancata, sono quelli del parcheggiatore abusivo.

I terzi, in attesa spasmodica che sia tu a chiedergli di andarvi a prendere il caffè perchè se te lo propone lui, comunque paghi tu, ma cazzo se ci resta male, sono quelli del collega.

I quarti uocchie, con la pena per la tua cravatta che elemosina fascicoli da rinverdire mentre la sua tredicesima sfavilla di tramonti sul Gargano, sono quelli della cancelliera.

Per oggi ne ho abbastanza. M’incammino verso l’automobile nera che, all’apertura dello sportello, mi azzannerà con tutto il torrido lavoro nero necessario a contenerla nelle mie rate.

Il sole di mezzoggiorno si solidifica in milioni di cristalli che, affilati come la lama del coltello di Abramo, sfilettano i lacci delle mie polacchine; li sciolgono.

Mi fermo all’intersezione esatta di decine di televisori dell’universo mondo: uocchie neri sbarrati, con la moltiplicazione delle mille paure della morte certa “a casa loro” e della morte certa (di quante certezze si nutre l’imprevedibilità di una fine!) nei lager libici; uocchie con l’ineluttabilità di un assioma che condannano la causalità della nostra vita occidentale.

Nell’altro schermo, uocchie spavaldi, con il grilletto sul diverso e la mano sulla bibbia della Sopraffazione, che schiumano odio inframmezzato da “Lo dico da padre di figli!”

Nel terzo plasma avveniristico, uocchie piatti, senza alcuna profondità che possa trasmettere il calore di un credo, privi di ogni radice che attesti una provenienza che sia una: non pervenuti. Sono uocchie che vivono per ventiquattr’ore e poi vengono cancellati, come le immagini delle telecamere a circuito chiuso del made in PRC.

Mi riallaccio le scarpe. Continuo a puntellare la mia esistenza nel mondo con piccoli passi.

Un gatto nero, Madiba, e il suo sguardo rosso nel mio.

E chi ve pò scurdá,
uocchie ch’arraggiunate
senza parlá?
Senza parlá?

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