vaccino covid ippolito
immagine da Pixabay

Tutto il mondo aspetta con ansia notizie favorevoli dalle sperimentazioni in atto. Ma come è fatto e come funziona davvero un vaccino?

La corsa agli armamenti per arginare la diffusione del Covid continua senza sosta, con la comunità scientifica impegnata su più fronti per individuare il rimedio definitivo che sembra possa essere rintracciato solo nel vaccino, da utilizzare quale soluzione finale per far sì che la pandemia in atto diventi un semplice brutto ricordo.

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A tal proposito le dicerie anti Covid riguardo quella che è stata una delle scoperte fondamentali per il progresso della scienza, nonché ciò che ha permesso al genere umano di eliminare per sempre il vaiolo e di ridurre drasticamente la diffusione della poliomielite nel mondo, negli ultimi giorni sono tornate prepotentemente di moda soprattutto in virtù delle notizie speranzose diffuse dai colossi farmaceutici Pfizer e Moderna, che sembrano essere giunti alle ultime curve del tracciato di sperimentazioni precedenti alla produzione in larga scala ed all’ottenimento dell’immissione in commercio del medicamento.

Nato quasi per caso dalle intuizioni del dottor Edward Jenner, il quale osservò che le mungitrici colpite dal vaiolo bovino in caso di guarigione non contraevano mai il vaiolo umano, e successivamente sviluppate da Louis Pasteur, il vaccino è per definizione un preparato biologico costituito da microrganismi o da sostanze da essi prodotte, mescolati generalmente con acqua sterile, necessaria per la veicolazione, e molecole adiuvanti, aventi il compito di migliorarne l’attività, in un mix che può essere arricchito anche da piccole percentuali di antibiotici, utili a prevenire la possibilità di contaminazione batterica, e di stabilizzanti, utili a mantenere inalterate le proprietà della miscela durante le fasi di stoccaggio e conservazione.

La porzione attiva di questo miscuglio può essere a sua volta costituita da microrganismi vivi ed attenuati, privati cioè della capacità di indurre lo stato di malattia al 100%, microrganismi uccisi ma comunque stimolatori, o da sostanze provenienti dall’agente infettivo stesso (tossine, porzioni cellulari, ecc ecc) non in grado di provocare la malattia ma sufficienti ad attivare le difese immunitarie. Attività fondamentale, quest’ultima citata, perchè è proprio l’attivazione immunitaria la chiave necessaria a garantire l’attività del vaccino.

Dopo la somministrazione per via prevalentemente intramuscolare, infatti, le componenti del vaccino non fanno altro che simulare un “contatto fittizio” tra l’organismo e l’eventuale agente infettivo verso cui si vuole ottenere l’immunizzazione, in modo tale da creare una risposta simil fisiologica alla maniera di ciò che accadrebbe in caso di contatto naturale. In quest’ottica si assiste ad una eradicazione della possibile minaccia attraverso l’attivazione totalitaria dell’intero sistema immunitario con l’avvio sia della risposta umorale, scandita dalla produzione di anticorpi e da tutti i processi ad essa correlati, che di quella cellulo-mediata, regolata dalla messa in moto di tutte le altre cellule di difesa.

La vera potenza del vaccino, però, risiede nel fatto che i vari passaggi appena citati vengono tutti archiviati nella cosiddetta “memoria immunologica”, ovvero la capacità intrinseca del sistema immunitario di ricordare i microrganismi estranei con cui esso è entrato in contatto, e di rispondere velocemente secondo un protocollo già noto in caso di un nuovo incontro. Questo fenomeno, oltre a fare da scudo preventivo per evitare a priori l’instaurarsi di eventi dannosi, riduce anche i tempi di risposta e di guarigione in quanto senza vaccinazione l’organismo umano può impiegare anche diverse settimane per “conoscere”, trovare un metodo di contrasto e quindi produrre una quantità di anticorpi sufficiente ad eliminare l’invasore. Un intervallo di tempo durante il quale il microrganismo stesso può causare danni a cascata, a volte anche irreparabili.

In molti casi queste tempistiche possono essere ulteriormente accorciate utilizzando anticorpi già preformati tramite quello che è il processo di immunizzazione passiva. Questa metodica differisce da quella classica in quanto non prevede la stimolazione fisiologica del sistema immunitario, perchè la somministrazione conferisce all’organismo direttamente gli anticorpi, ovvero il prodotto già finito ed immediatamente utilizzabile. Generalmente questa variante viene preferita in caso di contagio già in atto, quando i soggetti non presentino una produzione anticorpale fisiologica efficace, nel caso di intossicazioni dovute al contatto con i serpenti, per molti dei quali non esiste un vaccino preventivo, e soprattutto in tutti quei casi in cui non sussistono le tempistiche necessarie per attendere una risposta immunitaria normale.

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