Il web sta uccidendo la classe media



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Il web 2.0 e il rapporto con il lavoro: agenti di viaggio, musicisti, fotografi, traduttori, giornalisti, impiegati, autisti. Stanno diventando tutte categorie a rischio. Perché finora la tecnologia rimpiazzava  i colletti blu, ora aggredisce  quelli bianchi. Pensavamo che Internet fosse la soluzione di tutti i mali, la garanzia auto-evidente che le magnifiche sorti progredivano, invece la classe media si trova a dover fare i conti con fenomeno sempre più concreto: l’uccisione di se stessa. I fotografi vengono sostituiti da app fotografiche come Instagram; l’implosione dell’industria musicale che attualmente vale un quarto di quanto valeva solo pochi anni fa, presto varrà un decimo; per non parlare della classe dei giornalisti, penalizzate da un  web che le notizie le diffonde gratis e in tempo reale

Il web che si rinnova e si riafferma, una realtà che avrebbe dovuto fare da supporto a un’intera classe lavorativa portando avanti la tradizione, l’esperienza e il potere dell’uomo come essere ancora portante nel mondo del lavoro. Un’ utopia probabilmente.  Ci siamo dovuti arrendere a una realtà diversa da quella che ci era piaciuto immaginare: giganti della new economy che impiegano un millesimo dei dipendenti della old economy.

Negozi che muoiono, asfaltati da Amazon e le sue sorelle. Lavoratori che assistono all’inabissamento dei loro salari, prima parametrati ai cinesi, ora al software. La  conclusione è sofferta e provvisoria, per quanto ci faccia male dirlo, potremo anche sopravvivere distruggendo solo la classe media composta da musicisti, giornalisti e fotografi. Ciò che non è sostenibile è la distruzione di quella che lavora nei trasporti, nella manifattura, nel settore energetico, nell’educazione e nella sanità, oltre che nel terziario. E una tale distruzione accadrà, a meno che le idee dominanti sull’economia dell’informazione non facciano dei passi avanti. Prima i robot alleviavano il lavoro pesante dei colletti blu, ora l’algoritmo rende superfluo quello leggero e creativo dei colletti bianchi. E poi, fino a una certa data, più efficienza (dovuta largamente all’automazione) significava un’economia più florida. Magari uno perdeva il posto in manifattura e ne trovava un altro nei servizi. Neppure quelli sono più un rifugio. Un dato da mandare a memoria: dal dopoguerra al 2000 produttività e occupazione crescono di pari passo. Dopo, la seconda curva si affloscia perché le macchine corrono troppo in fretta, hanno bisogno di meno uomini e questi non ce la fanno ad acquisire le competenze per star loro dietro. Non siamo solo le vittime, ma anche i carnefici. Il web 2.0, è quello in cui noi consumatori diventiamo anche produttori di informazioni – status di Facebook , foto su Instagram, opinioni su Twitter. Noi lavoriamo, gratis, a condividere mici, baci con chi amiamo e spiritosaggini, ma a guadagnarci è Zuckerberg e chi detiene il potere informatico, costituito dalla trasformazione del dato in materia economica. Ad esempio, Google e Apple diventano sempre più ricchi e noi che lo alimentiamo sempre più poveri, grazie all’utilizzo di  un «server sirena», ovvero gruppi di computer connessi in rete che attraggono grandi numeri di utenti, accumulando e analizzando dati dettagliatissimi sui comportamenti online, senza però riconoscere loro alcun valore economico. Dovremmo pretendere che quel valore ci sia riconosciuto. Principio sacrosanto, ma dall’applicazione complessa. Procediamo per gradi. Perché non si tratta di un’espropriazione forzosa, quanto di un esercito di volenterosi carnefici che si consegna allo sfruttamento digitale altrui. Ci piace la musica gratis, ma poi gridiamo allo scandalo per l’orchestrale nostro amico che non ha più fondi. Ci eccitiamo per i prezzi online stracciati, e poi piangiamo per l’ennesima serranda abbassata. Ci piacciono anche le notizie a costo zero, e poi rimpiangiamo i bei tempi in cui i giornali erano in salute. Siamo felicissimi dei nostri (apparenti) buoni affari, ma alla fine ci renderemo conto che stiamo dilapidando il nostro valore.

Entro il 2025, stima McKinsey pensando all’America, gli aumenti di produttività informatica nelle aree dei «lavori della conoscenza» potrebbero rendere superfluo il 40 per cento dei posti attuali. Dati italiani scarseggiano. Si sa che il commercio elettronico cresce di quasi il 20 per cento all’anno da vari anni. Nel frattempo le vie dello shopping cittadino si tappezzano di «affittasi». Correlation does not imply causation , il fatto che una cosa venga dopo un’altra non implica che ne sia l’effetto, avvertono gli statistici. Secondo Maurizio Franzini, economista alla Sapienza di Roma e uno dei massimi esperti di diseguaglianze, non possiamo sentirci al riparo. Il cambiamento tecnologico dominato dal capitale è un fenomeno globale. E il capitale oggi significa computer, software, robot, che spesso permettono di servire mercati sterminati con pochissimo lavoro. Chi possiede le versioni più potenti di quel capitale e molti di coloro che con esso lavorano, saranno sempre più ricchi. La classe media sta già pagando il prezzo più alto di questa transizione. A depauperarla ha cominciato la globalizzazione, delocalizzando verso Paesi con manodopera a buon mercato. Poi la finanza, che schiaccia i costi fissi (stipendi, soprattutto) per far volare i titoli. Oggi l’automazione, nelle sue varie declinazioni informatiche. Come se ne esce? Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free , ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario». Un like su Facebook, un tweet ampiamente rilanciato, una ricetta condivisa online, ma anche la risposta a chi chiede come si ripara un mobiletto o il consiglio di un’infermiera su come cambiare la padella a un malato. Se diventano conoscenza hanno un valore, dunque devono avere un prezzo. È il vangelo secondo Jaron., secondo il quale si dovrebbe modificare l’architettura del web, recuperando l’idea originaria di Ted Nelson. Nei primi anni 60 l’inventore dell’ipertesto immaginò una rete con link bi-direzionali, in cui chi ci cliccava poteva sempre risalire al punto di partenza. Chiunque riutilizzasse qualcosa prodotto da voi così dovrebbe citarvi. Riconoscendovi una parte dei suoi guadagni.


I MUSICISTI E L’INDUSTRIA MUSICALE

Il mercato della musica in questo ultimo ventennio ha subito profondi e complessi cambiamenti causati dalla diffusione di nuove tecnologie informatiche e relative tendenze di consumo nonché dall’affermazione di rivoluzionari modelli di business. La cosiddetta distruzione creativa, o creatrice, si verifica quando qualcosa di nuovo entra nel mercato sostituendo interamente il vecchio.

A partire dalla fine del ‘900, il computer ed Internet hanno agito come catalizzatori di distruzioni creative, consentendo alle aziende di competere a livello globale, raggiungere più clienti, creare efficienze, ridurre i costi e sperimentare nuove modelli di business. Nasce in questi anni la distribuzione digitale della musica. Questo evento cambierà radicalmente il rapporto tra gli artisti, case discografiche, negozi di musica di vendita al dettaglio e consumatori, contribuendo a importanti variazioni nel consumo di musica, con un impatto devastante sui mercati, e sui fatturati delle principali etichette discografiche. Emerge che i ricavi annui dell’industria hanno subito una contrazione superiore al 45% nel periodo 2001- 2013 passando da 27,6 miliardi di dollari nel 2001 ad 15 alla fine del 2013.

Il declino assoluto nei ricavi è dovuto alla proporzionale diminuzione del volume delle vendite del Cd (compact disk), al tempo considerato il principale supporto musicale. Il dato della diminuzione del fatturato è però in controtendenza rispetto alla domanda, sempre crescente, di contenuti musicali. Ciò che è mutato è il modo in cui la musica viene utilizzata; sono sempre più frequenti l’utilizzo di piattaforme streaming (sia legali che non) che hanno di fatti ridotto notevolmente i margini delle industrie discografiche. La tendenza a fruire in modo gratuito (e spesso non legale, andando contro al copyright) si sviluppa quando si inizia a delineare quella che sarà la nuova tendenza tra i gli appassionati di musica di tutto il mondo: “perché pagare, e pure tanto, per qualcosa che si può avere gratis ?”. Gli strumenti per ascoltare la musica, un tempo semplici e consolidati, come il giradischi, il registratore a cassette e la radio, vengono sostituiti da una miriade di ricevitori e riproduttori diversi, smartphone, lettori mp3, tablet e computer, ricevitori internet e satellitari, accanto agli ancora presenti cd e ad una quota seppur piccola di vinile.
La nascita di Spotify e Deezer con un nuovo modello di business ha certamente contribuito a creare una win-win strategy, portando vantaggi a tutti i players; le Majors hanno introiti derivanti dall’ascolto di file musicali (seppur più bassi rispetto ai margini precedenti), gli utenti possono ascoltare la musica in maniera legale ed a prezzi contenuti, e i Distributori hanno assicurato lo sviluppo di un modello legale per conseguire dei profitti. Nell’ultimo anno i download della musica sono in calo dell’8%, esattamente come i supporti fisici. Gli abbonati nel mondo sono circa 41 milioni (nel 2010 erano 8), e da solo lo streaming vale il 23% del mercato. Attualmente anzi, col 46 per cento i numeri certificano il pareggio nella musica tra digitale e fisico: cd e vinile ora hanno lo stesso valore di streaming download, sul mercato mondialeIl digitale, da solo, è cresciuto del 6,9%, arrivando a valere 6,9 miliardi di dollari, ovvero il 46% del totale: la stessa cifra dei supporti fisici che per la prima volta della storia della musica registrata scendono sotto il 50% del valore di mercato.

A suo modo, è un passaggio storico: il digitale ha avuto un effetto dirompente sulla musica, eppure non ha ancora spazzato via i vecchi supporti, con paesi come la Germania dove il cd vale ancora il 70% del mercato. In Francia vale il 57%, in Giappone addirittura il 78%. In Italia vale il 61%.

FOTOGRAFI SOSTITUITI DA INSTAGRAM?
La fotografia è l’arte di poter catturare un momento di vita attraverso l’uso della camera. Da qualche anno le macchine fotografiche (e figuratevi le polaroid) sono passate in disuso grazie all’avvento di obbiettivi installati nei cellulari e poi nei moderni smartphone. Naturalmente non è cambiato solo il modo di fotografare, ma anche la diffusione dell’immagine che ora è scattata e condivisa attraverso i social network del web 2.0. I dati sulla esplosione della fotografia – se ancora di fotografia si può parlare – nei social network sono straordinari. Si calcola che nel 2015 erano 960 miliardi le foto scattate: una ogni due minuti. Ora la cifra potrebbe essere quasi doppia. Su Facebook, Instagram, Tumblr, Pinterest sono milioni ogni giorno le immagini inserite e condivise.

La mobile photography sta modificando l’atto fotografico,  Mentre in precedenza trascorreva un tempo non breve tra lo scatto e la sua pubblicazione (scatto, sviluppo, scelta della foto, stampa dell’immagine), ora è invece ridottissimo. Bastano pochi minuti, a volte solo una manciata di secondi, e subito tutti possono vedere gli scatti.
Philippe Gonzalez, il creatore di Instagramers, ha così dichiarato “Instagram è molto più della fotografia. È comunicazione. Con Instagram siamo tutti fotoreporter. Se è vero che una foto vale mille parole, Instagram vale molto più di Twitter”.

La classe lavorativa dei fotografi è divisa : se da una parte persiste l’idea che non basta avere il giusto smartphone  e la giusta app di fotografia istantanea per aver il brevetto di fotografi, dall’altra parte sono schierati professionisti che affermano che il web 2.0 non deve escludere la tradizione analogica per fare spazio al digitale, ma entrambe le applicazioni,visioni possono coesistere.

IL GIORNALISMO CHE NON SI FERMA, SI RINNOVA.
L’avvento del web ha cambiato l’idea originale del giornalismo. La carta stampata è a rischio, mentre la nascita di siti divulgatori di notizie flash e gratis sono sempre più in aumento. Anche il ruolo del giornalista è cambiato. Fino a 20 anni fa bisognava i giornalisti usavano come mezzo per scrivere la macchina da scrivere , ora invece se non sai usare WordPress non sei in grado di dar vita e di divulgare le notizie.

Con Internet il giornalista è sottoposto a continue verifiche. Una volta i nostri pezzi venivano dimenticati e sotterrati in archivio, oggi tutto ciò che scriviamo rimane in rete e quindi sei sottoposto a un giudizio continuo e permanente.

Il cronista è l’unico mestiere, nell’ambito del giornalismo, che sopravvive all’invasione della tecnologia internet, alla comunicazione via Twitter o via web o se si vuole alla mediazione della rete.

Il cronista sia esso di cronaca nera, di finanza o di giudiziaria, di carta stampata o di televisione, è l’unico giornalista che è costretto a mantenere ancora un rapporto diretto con la realtà. È l’unico giornalista offline. Lo si potrebbe definire un giornalista di strada, unico testimone del cambiamento di pelle che il giornalismo ha subito in tutto il mondo con l’avvento della cosiddetta grande ragnatela del mondo, l’ormai nota World Wide Web.
il cronista è l’unico che sopravvive al cambiamento, è l’unico che lavora dentro i fatti, è l’unico che sta per strada. Oggi, tuttavia, di cronisti che stanno per strada ce ne sono meno di una volta. Con Internet davvero tutto è cambiato. È anche vero però che i nuovi mezzi ti consentono, per esempio attraverso i file audio e video, di raccontare storie molto belle in modo diverso. La multimedialità in questo senso è molto positiva.

MORTE O RINASCITA?
Il web 2.0 sta colpendo la classe media, colpendo e non ammazzando. Il punto sta nel rinnovarsi  rendere complementare il binomio della tradizione e dell’innovazione, solo in questo modo l’uomo si ritroverà ancora protagonista in un sistema economico-lavorativo figlio di un capitalismo promotore del web.
Al contrario i mestieri del mondo fisico non spariranno. Assistenti per gli anziani, massaggiatori, lavoratori di prossimità: le nicchie si moltiplicheranno. Più avanzati sono i nostri gadget elettronici, più costosi diventeranno i prodotti artigianali. La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso.

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