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Diario di bordo 73° Mostra del Cinema di Venezia, i film italiani in gara, fra critiche e riflessioni

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Mi sono resa conto che nel corso del mio viaggio nella 73° Mostra del Cinema di Venezia non ho ancora fatto riferimento ad alcun film italiano, eccetto il momento “amarcord” con Profumo di donna di Dino Risi. Oggi vorrei raccontarvi di due film italiani, molto diversi fra loro, uno presentato nella sezione Orizzonti, l’altro in concorso.

Parto dalla commedia in concorso, perché visti i tempi difficili è bene farsi quattro risate ogni tanto per ricordarsi che ridere fa bene e che non dovremmo prenderci troppo sul serio. E ve lo dice una persona che prende sul serio qualunque cosa!

Dunque, andiamo a incominciare con Piuma di Roan Johnson, una parola che evoca leggerezza, che ci ricorda la brezza d’estate, quei momenti leggeri della vita che sono sempre troppo pochi. Ci ricorda che dovremmo viaggiare leggeri sulle cose senza pensare troppo, perché il pensare troppo, analizzare le cose fa male. Devo dire che la piuma mi ha ricordato inevitabilmente Forrest Gump anche se in questo caso non c’è alcun nesso, se non per la leggerezza e la bontà del protagonista del film che si accosta a quella dei due diciottenni di Piuma.
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È la storia di Cate e Ferro, prossimi alla maturità, che devono affrontare una prova di maturità più importante dell’esame di stato. Cate aspetta un bambino e decide di tenerlo. In un’età in cui si cominciano a fare le prime scelte di vita e in cui una decisione come questa viene classificata come una “grande cazzata”. Infatti parenti e amici dei due giovani riflettono insieme ai protagonisti su quanto sia assurdo portare a termine la gravidanza.

Cate e Ferro tuttavia vivono in una sorta di realtà naif, un mondo tutto loro in cui nulla sembra scalfire il loro amore e le loro speranze. Nonostante il padre di lei sia un immaturo che perde i soldi nelle scommesse, nonostante i genitori di lui vogliano trasferirsi in toscana, nonostante il nonno di lui abbia bisogno di cure continue, Cate e Ferro vanno avanti per la loro strada nuotando sopra la realtà come in una piscina.
Ma si sa che le insicurezze e gli errori sono sempre dietro la porta e che la leggerezza dei due sarà minata più volte.

Durante la proiezione stampa le risate in sala si sono sprecate e in effetti il film è leggero come una piuma ma poi una volta uscita ho sentito critiche aspre nei confronti di questo film, una su tutte: “è inammissibile che una commedia come questa sia in concorso alla Mostra togliendo il posto ad altri film che non avrebbero distribuzione”.

Certo è comprensibile che un film simile non piaccia a tutti ma che addirittura gli si faccia pagare il fatto di essere una commedia leggera piuttosto che un film d’autore mi sembra esagerato. Dopotutto è anche bello che durante un festival si vedano film che smorzano la tensione e la riflessione profonda e quindi potremmo cercare di volare anche noi leggeri come una piuma. Gli unici appunti che posso fare rispetto al film sono la somiglianza con Juno di Jason Reitman e Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton. C’è stato forse, da parte del regista, un tentativo di americanizzare il film che in fin dei conti si poteva evitare.

Il secondo film italiano presentato alla mostra è stato quello della sezione Orizzonti di Michele Vannucci, ispirato alla storia vera di Mirko Frezza dal titolo Il più grande sogno.

La storia racconta di Mirko, un ex carcerato con moglie e figli a carico che nella vita, anche a causa di un padre incapace, ha sempre fatto quelli che in romanaccio si chiamano “impicci”. Il suo campo principale è quello dello spaccio di droga ma ora Mirko vuole mettersi in riga e decide di aprire un centro sociale nel quartiere dove vive, per aiutare le famiglie del posto e per dimostrare alla propria famiglia di poter essere un buon padre e un buon marito.

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È una storia semplice, vera, come ce ne sono tante, ma credo che gli sceneggiatori avrebbero potuto fare di più. Credo si aprano diverse linee narrative che non vengono sviluppate abbastanza. La regia l’ho trovata insopportabile con troppi campi stretti e piani ancora più stretti, che forse volevano trasmettermi il disagio e il senso di claustrofobia del protagonista ma che mi hanno solo infastidita. Per non parlare poi della fotografia, luce quasi assente, molto spesso ambienti scuri e angusti che secondo me non hanno dato respiro alla storia.

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