Alhambra, un sogno da mille e una notte



Alhambra

Questo venerdì A ZONzo vi farà vivere un sogno a occhi aperti nei luoghi suggestivi dell’Alhambra, la “fortezza rossa” di Granada

Ci sono luoghi che riescono a trasportarci in atmosfere di tempi remoti, anzi dove il tempo non esiste e dove è possibile vivere sospesi in una fiaba eterna. Uno di questi luoghi è sicuramente l’Alhambra, la “fortezza rossa” della Spagna, la più affascinante architettura di Granada ed una delle mete più belle dell’Andalusia. A ZONzo vi guiderà attraverso le sue stanze dalle secolari mura che più di una volta ha suscitato la fantasia di artisti, letterati e poeti. Allora quale migliore compagno della nostra visita se non Washington Irving, che nel 1829 compì un viaggio in Andalusia e scrisse Racconti dell’Alhambra, le sue parole ci guideranno tra le stanze e i giardini di questo luogo magico.

«Nei passi selvaggi di queste catene di monti, la visione di queste città e di questi villaggi fortificati, costruiti fra rupi come nidi d’aquila e circondati da merlature moresche o da torrioni in rovina sospesi su alti picchi di roccia, fa ritornare la mente ai cavallereschi giorni delle lotte tra mori e cristiani ed alla romantica lotta per la conquista di Granata». (p.7)

Alhambra

Granada, ultima roccaforte moresca (dal 1041 al 1492), si estende tra le colline dell’Alhambra e di Albaicín di fronte alla Sierra Nevada. Alhambra che in arabo significa “La rossa” (al-Hambra) è appunto soprannominata così per il suggestivo colore delle sue mura. La sua struttura è data da una secolare edificazione che identifica tra le più antiche costruzioni l’Alcazaba (la fortezza), ovvero le mura duecentesche, a cui successivamente furono aggiunte i palazzi e le torri dell’Alcazar. Il Generalife, invece, è la trecentesca struttura moresca che affascina i viaggiatori per i suoi splendidi giardini andalusi. In seguito alla Reconquista, l’Alhambra divenne residenza dei reali cattolici scampando così alla distruzione che colpì invece altre strutture moresche.

«L’architettura, come quasi tutta la parte interna del palazzo, era caratterizzata più che dalla grandezza, dall’eleganza, che lasciava trasparire un gusto grazioso e delicato ed una disposizione al piacere lascivo. Quando si contemplava il meraviglioso disegno dei peristili e l’apparente fragile traforo dei muri, diventa difficile credere che tutto questo sia sopravvissuto al tempo trascorso ed al logorio dei secoli, alle scosse dei terremoti, alla violenza delle guerre, alle pacifiche, ma non meno dannose, villanie dell’entusiasta viaggiatore: ciò è già sufficiente per giustificare la tradizione popolare che vuole che qui, tutto sia protetto da un magico incanto». (p.37)

Infatti, il Palazzo di Carlo V, a pianta quadrata con cortile circolare, fu commissionato dai reali spagnoli nel 1527 e mai terminato. In un evidente stile rinascimentale che si discosta dalle altre strutture più antiche, oggi al suo interno ospita il Museo dell’Alhambra e il Museo di Belle Arti di Granada. Proseguendo oltre il palazzo cinquecentesco si accede ai Palacios Nazaríes, costituito da tre edifici, ognuno dei quali costruito in epoche differenti: si accede dal Palacio del Mexuar, destinato all’amministrazione giuridica e alle udienze ed in fondo al quale vi era un luogo di preghiera, una “moschea domestica”, che in seguito fu adibita a cappella di culto cristiano.

Alhambra
Cortile dei mirti

Continuando il nostro percorso arriviamo al Palacio de Comares, dal quale si accede attraversando il suggestivo Cortile dei mirti con cespugli dell’omonima pianta che attorniano la lunga vasca che restituisce una suggestiva immagine riflessa del palazzo. La torre ospita una delle sale più incantevoli dell’edificio: il Salone del Trono o de los Embajadores, destinato appunto alle udienze private del sultano con gli ambasciatori. La più grande stanza dell’Alhambra, essa affascina per la maestosa decorazione parietale a bassorilievi, la quale accompagna il visitatore durante tutto l’itinerario, con un raffinato susseguirsi di elementi geometrici e scritte in arabo che arrivano fino al soffitto in legno ad intarsi, quest’ultimo invece rappresentante la visione medievale dell’universo nei Sette cieli dell’Islam.

«Ogni cosa di questa nobile sala sembra sia stata collocata per attorniare il trono di impressionante dignità e splendore, qui infatti non esiste l’elegante voluttuosità che regna in altre parti del palazzo». (p.56)

La vista di tale ricchezza di dettagli non può far altro che lasciare a bocca aperta chiunque varchi la soglia, e ad ogni passo all’interno dell’Alhambra sembra di non aver mai visto nulla di più stupefacente prima d’ora. La visita prosegue verso la Sala de los mocárabes che colpisce per gli incantevoli soffitti a muqarnas, tipico elemento decorativo moresco che si può ammirare anche in altri luoghi dell’Andalusia. Sembra quasi che il soffitto si perda nelle mille e più escrescenze che designano questo tipo di decorazione, simile a degli stalattiti, quasi ad emulare una conformazione cavernosa, ma con l’estrema perfezione artigiana araba. Da qui si procede verso il Palacio de los Leones, che prende il nome dalla vasca con dodici leoni presente nel cortile, che ospitava l’harem reale, le cui stanze hanno la peculiarità di non avere finestre verso l’esterno ma solo verso il patio interno, rispettando la visione islamica del paradiso.

«La particolare bellezza di questo vecchio fantastico palazzo è il potere che ha di risvegliare vaghi sogni e scene del passato, rivestendo così la nuda realtà con le illusioni del ricordo e dell’immaginazione. Siccome mi dilettavo a passeggiare tra queste “vaghe ombre”, mi affanno a cercare quelle parti dell’Alhambra che sono più propizie a questa fantasmagoria della mente e non trovo nulla di meglio che il Cortile dei Leoni e le circostanti sale». (p.94)

Alhambra

I dodici leoni che decorano la fontana sono risalenti all’XI secolo e rappresentano molto probabilmente le dodici tribù di Israele. La caratteristica più affascinante del cortile è la presenza di ben 124 colonne, dove è facile vagare con lo sguardo alla ricerca di suggestive prospettive che regala l’alternarsi dei loro sottili fusti, indugiando sulla ricca decorazione degli archi che ricorda l’eleganza di un merletto ricamato. L’estrema raffinatezza delle decorazioni rispecchia l’importanza del luogo, residenza del sultano e delle sue spose, la quale si riflette a sua volta nelle sale interne dove le infinite decorazioni parietali e gli immensi soffitti a muqarnas fanno perdere definitivamente la cognizione dello spazio circostante, grazie anche alla presenza di fontane che amplificano la visione suggestiva. Particolarmente interessanti sono la Sala de los Abencerrajes e la Sala de las Dos Hermanas, quest’ultima intitolata alle “due sorelle“, ovvero le lastre in marmo ai lati della fontana le quali sono perfettamente uguali e che sono le più grandi dell’Alhambra.

«Proprio di fronte alla sala degli Abencerrages, un portale adornato riccamente, dava accesso ad una sala scevra da tragici ricordi. Era chiara e superba, di architettura squisita e graziosa, pavimentata con marmo bianco, e sfoggiava il suggestivo nome di Sala delle due Sorelle. Alcuni sviliscono la favola di questo nome attribuendolo a due enormi pietre di alabastro che esistono in entrambi i lati e formano gran parte del pavimento […] Altri sono propensi nel dare al nome un significato più poetico, come il vago ricordo delle bellezze more che un tempo adornarono questa sala, che chiaramente formò parte dell’arem reale». (p.38)

Alhambra

Attraversando l’oratorio del Partal si giunge infine al Generalife, residenza estiva dei sultani di Granada, il cui nome deriva dall’arabo Jannat al-‘Arif  che tradotto vuol dire il Giardino dell’Architetto. Viene considerato uno dei più antichi giardini moreschi sopravvissuti e colpisce appunto per la sua bellezza e per i magici giochi d’acqua delle vasche che decorano i cortili. Un tempo il Generalife era collegato direttamente all’Alhambra tramite un camminamento coperto che è andato distrutto. Ultima tappa del nostro itinerario, la quale ci allieta con una splendida vista sull’intera fortezza rossa che ci siamo lasciati alle spalle.

«Il mio sereno e felice regno nell’Alhambra fu improvvisamente interrotto, mentre mi abbandonavo al lusso orientale nella fresca sala dei bagni, dalle lettere che mi arrivarono e che mi fecero uscire dal mio eliseo musulmano, per ritornare ancora una volta al trambusto ed alle occupazioni del polveroso mondo. Come potevo andare incontro ai suoi affanni e tumulti, dopo una simile vita di riposo e di sogni! Come potevo sopportare la sua banalità, dopo la poesia dell’Alhambra!». (p. 313)

Alhambra

Così Washington Irving si congeda dalle meraviglie incantate che lo stregarono. Ed è inutile dilungarsi oltre sulla grandiosità che abbiamo potuto ammirare negli ambienti suggestivi dell’Alhambra, soltanto le immagini contenute nella gallery potranno ben descrivere la ricchezza di dettagli e la sontuosità delle decorazioni di questo magico luogo. Proprio per la difficoltà a spiegare con le parole la bellezza dell’Alhambra Federico García Lorca scriveva «non c’è al mondo niente / come la pena di essere / ciechi a Granada».

Con la poesia di queste parole e delle immagini dell’Alhambra, a ZONzo vi da appuntamento a lunedì prossimo!

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