American Crime Story – L’omicidio di Gianni Versace: la recensione

Si è conclusa ieri sera su FX la messa in onda italiana di American Crime Story - L'Assassinio di Gianni Versace. Il secondo capitolo della serie di Ryan Murphy "mortifica" la figura dello stilista calabrese per dare spazio al ritratto di un aspirante trasformista



American Crime Story

Si è conclusa giovedì sera su FX la messa in onda italiana di American Crime Story – L’Assassinio di Gianni Versace. Il secondo capitolo della serie di Ryan Murphy mortifica la figura dello stilista calabrese per dare spazio al ritratto di un aspirante trasformista

Forse se la seconda stagione di American Crime Story non avesse avuto nel sottotitolo il nome di Gianni Versace non avrebbe avuto lo stesso appeal sul pubblico ma, di fatto, se provassimo a mettere insieme il minutaggio che la serie di Ryan Murphy dedica alla storia dello stilista calabrese, arriveremmo scarsamente a confezionare una puntata.

Pur provando a distaccarci per un attimo da fattori che hanno a che vedere con l’economia narrativa del prodotto, c’è comunque un fatto da prendere in considerazione: Gianni Versace è solo un pretesto, solo il punto più alto della climax criminale di tale Andrew Cunan.

Non un passo che vada oltre la superficie, né nel narrare il rapporto di Gianni con Donatella (sbrigato in pochi frame nell’episodio Descent, in cui lui spinge la sorella a disegnare il suo primo vestito per la serata di gala della rivista Vogue), né uno sguardo ulteriore sul rapporto che legava Gianni ad Anthony D’Amico, il cui coming out è semplicisticamente messo in parallelo con quello di un ufficiale di marina, Jeff Trail prima vittima del provvedimento Don’t Ask Don’t Tell che imponeva la cacciata degli omosessuali dalla marina, e poi della furia di Andrew.

Andrew Cunanan

La seconda stagione di American Crime Story è tutta per lui. Andrew Cunanan ed il suo timore di essere scoperto. Andrew Cunanan che punisce gli altri, la loro ambizione, il loro successo e mostra al pubblico la loro vigliaccheria, la espone in un mondo in cui, forse, sarebbe più disonorevole scoprire di avere un figlio omosessuale che un figlio assassino. Così dirà il padre del giovane David Manson, altra vittima di Cunanan, quando sarà intervistato per chiarire i rapporti tra suo figlio, che per lui è ancora misteriosamente scomparso, e il super ricercato assassino di Versace:

“Mio figlio non è omosessuale (…) mio figlio è una brava persona (…)”

Anche il padre di Andrew, broker filippino senza scrupoli, incarnazione del sogno americano che si fa incubo, negherà fino all’ultimo la vera natura di suo figlio, senza riuscire ad ammettere neppure a se stesso che, forse, ha giocato un ruolo fondamentale nell’accendere l’inquietudine, l’insoddisfazione nell’animo del suo “figlio preferito”.

L’unica che sembra aver capito tutto è Mary Anne Cunanan, la madre di Andrew, la cui interprete (Joanna Adler) è tra le note positive della serie: dopo aver tentato di lavare il corpo del figlio da una colpa che poi non è effettivamente tale (nell’episodio Descent) la donna non può far altro che accettare il precipitare degli eventi che vedono il figlio al centro di una spirale a cui lui risponde con tutta la proverbiale vanità di un serial killer.

Gli interpreti

Sebbene la sceneggiatura sia, a dire della vera Donatella Versace, colma di inesattezze (la più evidente il rapporto tra il Gianni pubblico e la sua malattia) un plauso va comunque fatto agli attori della serie: guardandola in originale, si può sentire il grande lavoro che Edgar Ramirez (Versace), Penelope Cruz (Donatella) e Ricky Martin (Antonio), in particolare, hanno fatto per inserire nella loro lingua una serie di incertezze, sporcature, che rendessero più credibile la resa dei personaggi che, non ci dimentichiamo, vengono dall’Italia.

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