Andy Murray
Andy Murray vince il suo secondo Wimbledon (Lawn Tennis Association)

Lo scozzese Andy Murray trionfa a Wimbledon, portando alla Gran Bretagna la prima gioia dopo la Brexit. Lo sport ricuce un Regno Unito mai così diviso

[ads1] Andy Murray, l’uomo che riscrive la storia sportiva della Gran Bretagna, una volta ancora. Un ragazzone scozzese di Dumblane, capelli rossi, sguardo perso nel vuoto, indole timida ed emotiva, che guida la riscossa sportiva di un Paese dilaniato dalla follia della Brexit.

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Andy Murray vince il suo secondo Wimbledon con una finale pressoché perfetta contro il canadese Milos Raonic, portata a casa con un eloquente 4-6 6-7(3) 6-7(2). Una partita specchio di una cavalcata trionfale durata due settimane (tre, con la vittoria al Queen’s), in cui lo scozzese cede solo due set (in quarti contro Tsonga, più per distrazione che per demerito). In finale fa valere una risposta che funziona alla grande contro il servizio costantemente vicino ai 235 km/h del canadese, i suoi proverbiali passanti infidi e una regolarità al servizio impressionante. Solo due palle break concesse in tutta la partita (nel terzo game al servizio del terzo set) e una straordinaria capacità di alzare il livello del suo gioco nei momenti decisivi.

Nel primo set basta il break ottenuto nel fatidico settimo gioco per portare a casa il parziale, mentre negli altri due doma il big server Raonic con altrettanti tie-breaks perfetti.

Ma la vittoria di Murray, dello scozzese Murray, va al di là dell’impresa tennistica; è una rivincita, il riscatto sociale, culturale e sportivo di tutti i britannici che dalla Brexit e dalla cecità inglese sono stati traditi.

Murray – Britannico Quando Vince

Le lacrime di Andy sono la chiave di lettura di questo successo Slam. Lacrime di dolore dopo la sconfitta contro Federer del 2012. Lacrime di gioia e di rivalsa dopo il secondo successo ai Championships (il primo nel 2013 contro Djokovic); lacrime di uno scozzese che ha dovuto lottare contro la spocchia inglese e che ha dovuto sudarsi l’affetto del suo pubblico (che l’avrebbe dovuto venerare a prescindere), prima ancora che i tre titoli dello Slam, l’oro olimpico e la Coppa Davis.

Andy Murray non è uno qualsiasi. No. Lui è l’uomo che ha riportato in Gran Bretagna (patria del tennis) il titolo di Wimbledon 77 anni dopo la vittoria di Fred Perry (sì, quello delle polo con l’alloro), e la Davis dopo ben 78 rivoluzioni terrestri. Per poi vincere ancora.

Eppure il severo popolo inglese non gli ha mai perdonato niente, nemmeno la sconfitta contro i più grandi maestri del tennis moderno, mettendogli addosso una pressione che ha rischiato di mandare al manicomio un ragazzo tanto forte fisicamente e tecnicamente quanto fragile e sensibile emotivamente. È famoso, in questo senso, l’antipatico ritornello: Andy Murray? Scozzese quando perde, britannico quando vince.

Ed ecco, allora, che Andy, il ragazzo scozzese, si è preso la rivincita, per lui e per il suo popolo, da lui più volte esortato a rivendicare la propria indipendenza, anche in occasione del voto di due anni fa (lungimirante, il ragazzo). Le vittorie di Murray hanno rimesso insieme i cocci di un Regno Unito solo di nome, in cui la matrigna Inghilterra gioisce dei successi scozzesi, per poi voltare le spalle con la Brexit alla Gran Bretagna, il paese delle diversità come ricchezza per definizione.

La rivincita di Murray è compiuta: a lui, alla standing ovation per la sua vittoria, si inchina anche Cameron, fischiato dal pubblico dell’All England Club e salvato dalla prontezza di spirito di Andy, uno che non ha mai celato il suo cuore tenero, soprattutto da quando è diventato papà.

Andy e i Suoi Fratelli

È il day after della finale di Wimbledon, quindi è chiaro che la copertina se la prenda Murray. L’eroe di Dumblane, tuttavia, non è che la punta dell’iceberg del movimento sportivo britannico che poggia quasi interamente sui reietti della Brexit. Sempre restando nell’ambito tennistico, spiccano le vittorie di Heather Watson nel doppio misto e di Gordon Reid nel singolare su sedia a rotelle. La prima tradisce evidenti richiami somatici al meltin’ pot che, prima del suicidio Brexit, era punto di forza della Terra Promessa UK. Il secondo è un altro coraggioso scozzese, che ha fatto sciogliere anche gli algidi cuori inglesi con la sua storia, fatta di rivincite sportive e personali.

Ma, ovviamente, non di solo tennis vive la tradizione britannica. Il Galles e la Nord Irlanda visti a Euro 2016 hanno rilanciato l’immagine calcistica della Gran Bretagna, pesantemente oltraggiata dalla figuraccia dell’Inghilterra di Hodgson.

Il keniota di nascita Chris Froome (nuova maglia gialla al Tour) e il “Mod” Bradley Wiggins (vincitore della corsa gialla e oro olimpico) hanno portato in alto il ciclismo britannico proponendo i valori dell’integrazione e del multiculturalismo. Gli afro-caraibici Mo Farah e Lewis Hamilton sono i dominatori del mezzo fondo e della Formula 1, rappresentando al sommo grado la ricchezza portata dall’immigrazione al Regno Unito.

Tutti loro e tanti altri sono stati traditi dell’Inghilterra, dal voto “avventato” della Brexit, ma continuano a rappresentare nello sport, il collante di un Paese che sta andando a carte e quarantotto, l’eccellenza britannica nel mondo.

Forse, un giorno, gli inglesi capiranno l’idiozia della scelta Brexit, capiranno di aver voltato le spalle non solo all’Europa, ma soprattutto alla natura eterogenea e “promiscua” del Regno (non più) Unito. Chissà, magari un giorno capiranno. Potrebbe aiutarli vedere Andy Murray e i suoi fratelli vincere per loro e non più per una Union Jack ormai a brandelli.

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