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Il direttore di Charlie Hebdo replica alla querela del comune di Amatrice. Secondo il direttore del settimanale francese è stato montato un caso sproporzionato e l’intenzione dei vignettisti era quella di trasgredire il tabù della morte

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Come avevamo già ipotizzato, la replica di Charlie Hebdo non si è fatta attendere. A parlare in seguito alla denuncia da parte del comune di Amatrice, presentata ieri, è stato il direttore del settimanale francese, Laurent Sourisseau “la denuncia non ci fa paura. Ci sono state tante dichiarazioni, la denuncia aspettiamo di vederla, vediamo di che si tratta. Ma non ci fa nessuna paura“.

E in effetti a Charlie Hebdo sono abituati a subire critiche a causa dello humor nero delle loro vignette. Ma come si sentirebbero a Charlie Hebdo se adesso noi scrivessimo, su uno dei nostri quotidiani “L’attentato del 7 gennaio 2015 ve lo siete cercato“? Forse non rimarrebbero tanto indifferenti, forse non sarebbero tanto propensi a trasgredire il tabù dei loro morti.

Il direttore continua e rincara la dosedi vignette come questa ne abbiamo fatte a decine, è una come un’altra, di umorismo nero. Trovo completamente sproporzionato tutto questo chiasso per una vignetta“. Il direttore di Charlie Hebdo ha poi citato i social e il polverone che le vignette hanno sollevato. Le reazioni nei confronti del suo giornale sono state feroci, ma anche su questo la replica è stata altrettanto pungente, e Laurent Sourisseau ha parlato del web come di una “cretinosfera” e di “un ospedale psichiatrico a cielo aperto“.

Non ci sono scuse ne repliche quando si tratta delle vite di persone innocenti annientate in un secondo. Così come capitò ai loro giornalisti e vignettisti uccisi nell’attentato, anche i nostri concittadini stavano trascorrendo quella che pensavano fosse una normale giornata, e che non si aspettavano sarebbe stata l’ultima. Anche i loro giornalisti erano entrati in redazione quel giorno pensando che fosse una giornata come tante, ma nessuno si mai e poi mai permesso, in nessuna parte del mondo, di dire che se l’erano cercata.

Vediamo se invece di “je suis Charlie” il messaggio fosse stato “bien que vous êtes Charlie” (ben ti sta Charlie) il direttore non si sarebbe indignato.

 

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