3 Gennaio 2018 - 14:57

“Chiamami col tuo nome”, la recensione dell’opera pluripremiata di Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome

Luca Guadagnino dopo “A bigger Splash” ritorna acclamato con “Chiamami col tuo nome”, storia di un’amore omosessuale idilliaco: la recensione

Trama di “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino.

1988. Nonostante la sua giovane età, il diciassettenne Elio (Timothée Chalamet), si dimostra un musicista colto e sensibile, più maturo e preparato dei suoi coetanei. Figlio di un professore universitario che ogni anno ospita uno studente straniero impegnato nella stesura della tesi di post dottorato, Elio attende nella villa di famiglia l’arrivo di un nuovo allievo di suo padre.

A risalire il vialetto per trascorrere le vacanze estive nella tenuta Perlman è il giovane Oliver (Armie Hammer) un ventiquattrenne statunitense bello e affascinante. I suoi modi disinvolti colpiscono immediatamente l’adolescente impacciato, che comincia ad affacciarsi all’amore. Gli incontri tra i due giovani sono permeati da un’intensità unica e palpabile: tra lunghe passeggiate, nuotate e discussioni, nasce tra loro un desiderio travolgente e irrefrenabile.

Di Luca Guadagnino si sa ben poco in Italia, eppure è un regista italiano. Stucchevole e affettato per la critica, detestabile cinema borghese sorpassato, vincitore di numerosi premi però, all’estero e nominato ai prossimi Golden Globe.

Di Guadagnino si sa questo in Italia: regista di Melissa P. espatriato per la vergogna e ultimamente approdato in Italia a Venezia per quell’altro fiasco (a detta di molti) di “A Bigger Splash” con un cast all star straniero dove si parla in americano.

Il suo viaggio oltreoceano è stato un viaggio traditore a detta di molti critici italiani, ma è l’Italia che l’ha tradito e finirà per mangiarsi le mani per averlo fatto. L’ha tradito soprattutto quando, comprando i diritti di “Suspiria” di Dario Argento, ci si chiedeva se c’era davvero bisogno di un remake. Ma Guadagnino si è mostrato sempre superiore, e in una delle ultime interviste vuole ritornare benevolo in Italia, appassionato e dignitoso com’è, lui che non ha mai tradito la sua terra.

Non è un caso che l’ultimo film di Guadagnino finisca con un primo piano del protagonista diciassette e con un brano di Sufjan Stevens “Visions of Gideon”. Non è un caso che i suoi tre brani inediti nel film, siano promotori e “narratori” fuori e dentro il cinema di un amore sempre innalzato, sempre avvertito “accanto”.

Idealizzato, fidelizzato, mai preso di mira per mortificarlo, vicino ma mai sorpassato, mai tangibile. Non è un caso che Guadagnino giri nella sua terra, pur con una produzione americana, quasi a sentirlo troppo l’abbandono di una critica inferocita che non l’ha mai voluto bene. In “Chiamami col tuo nome” Guadagnino racconta solo in parte la storia di un amore fisico tra un diciassettenne e un ventiquattrenne americano di ritorno in Italia (sarà un’analogia?) per studiare dei reperti greci ritrovati sulla superficie del mare.

Guadagnino racconta in parte quella storia d’amore, non perché non lo sa fare, anzi lo fa benissimo, ma perché a lui interessa più “quell’altro amore”. Quella che potrebbe sembrare a prima visione una novella su un amore omosessuale per Guadagnino invece è, non solo un racconto di formazione, ma un racconto sul tempo e sulla storia. Una ricerca “sostenibile” della bellezza, dell’arte con il suo plusvalore ideologico.

Non è un caso che Guadagnino filmi una delle scene più suggestive della sua pellicola tra i due innamorati al cospetto del monumento per i decaduti del Piave, il loro primo incontro e il loro primo concedersi, o che faccia leggere al protagonista la poetessa Antonia Pozzi, che a tavola i genitori parlino di Craxi che potrebbe sembrare “affettato” come imprecano i critici italiani, ma che invece è un monito alla “preservazione”.

Non è un caso che il ventiquattrenne archeologo approdato in Italia porti con sé una stella di Davide al petto o che si parli di filosofia e letteratura o di sintassi con la solita boria (qualcuno direbbe) che invece è passione, degli intellettuali di sinistra. Accostandoci al cinema di Antonioni, si parlerebbe della vita delle cose più che degli oggetti. Il protagonista che si dà piacere nel vuoto fessurale di una mela mentre ascolta “Radio Varsavia” di De Andrè e sembra quasi di rivedere “Io ballo da sola” di Bertolucci.

L’epifania degli amori che finisco in sintonia con la fine dell’estate ed è semplice riallacciarsi a Rimbaud o all’ultimo Ozon di Giovane e bella. In Guadagnino, come nell’ultima traccia della sua soundtrack tutto è visto con magnificenza, tutto è visto con l’amore di uno studioso appassionato, tutto è poco tangibile e senza traguardo come l’accostamento ad un manufatto greco, ad un ecosistema richiamato dal passato, suggellato, Fatica, Custodisci: ma è bene che tu sia custodito!” – direbbe Sant’Agostino.

Chiamami col tuo nome è un reincarnazione del’idillio, ha il formalismo ellenistico che non diventa mai manierismo stucchevole della Grecia del V secolo.

Una preservazione onnicomprensiva che diventa patrimonio personale. Guadagnino guarda Chiamami col tuo nome con distanza orgoglioso, come è lo sguardo che rimanda al senso di un’opera d’arte. Ed ecco che l’amore, quello fisico dei due protagonisti è sempre velato, non è mai solo formalista, ma si presta ad un significato, ad un codice genetico e testamentario. Guadagnino ci dice che il senso delle cose passa prima di tutto per la superficie. Nella bellezza delle cose ci trova un senso, come nell’erotismo affranto dei corpi estenuati dei due protagonisti in una notte di scambi e di sesso.