Crisi greca, accordo in extremis nel giorno del default



accordo in extremis

Il premier greco valuta la possibilità di un accordo in extremis offerto da Juncker al fine di evitare il default. Intanto Atene è sospesa tra speranza e paura

Spiragli d’intesa sul futuro di Atene, qualcosa si è mosso sul fronte europeo: Juncker, presidente della Commissione UE, offre un accordo in extremis. Oggi, entro la mezzanotte (ora italiana), scadono il programma di aiuti e il rimborso da 1,6 miliardi al Fondo Monetario Internazionale. “La Grecia, dice il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, non pagherà, ma speriamo ancora in un accordo“. Il Fmi, però, potrebbe mettere in mora il Paese, facendo scattare il default tra circa un mese.

L’accordo in extremis sembra profilarsi come l’ultimo tentativo per far rientrare la crisi che, non a caso,  si è profondamente aggravata quando il premier greco  ha indetto un referendum per il 5 luglio, chiamando il suo popolo ad esprimersi sulle proposte d’accordo tra Atene e i creditori internazionali. Del piano dell’ultim’ora hanno parlato fonti europee ed elleniche, secondo quanto ha scritto la Reuters citata dal quotidiano Kathimerini online. In un primo momento, il giornale riportava il rifiuto ellenico alla nuova mediazione. Ma in seguito è emerso un ripensamento dello stesso Tsipras, che starebbe valutando la proposta spinto da alcuni membri dell’esecutivo, mossi dai disagi per la popolazione legati alla chiusura delle banche e dall’avvicinarsi della scadenza del piano d’aiuti.

accordo in extremis
Si valuta la possibilità di accordo in extremis

Secondo quanto filtra dalle agenzie internazionali non ci sarebbe un cambiamento di fondo rispetto alle precedenti proposte, ma la promessa di convocare un Eurogruppo d’emergenza per approvare l’intesa e sbloccare un pagamento immediato ad Atene, in modo permetterle di rimborsare il Fmi con gli 1,6 miliardi di debiti da ripagare entro oggi. Per ricevere i fondi, Tsipras dovrebbe inviare un’accettazione scritta della proposta e dovrebbe impegnarsi a fare campagna per il ‘sì’ nel referendum. L’offerta di Juncker prevede l’Iva al 13% per gli alberghi e le strutture turistiche (tetto presente anche nella versione delle proposte dei creditori datate 26 giugno e pubblicate dallo stesso Juncker domenica 5 luglio).

Intanto Atene vive una situazione di panico diffuso: continua la coda ai bancomat per 60 euro, la gente corre a ritirare i propri risparmi prima che perdano valore. Si acquistano beni di prima necessità e si  preferisce mettere da parte e spendere poco. Nel paese si rimane sospesi tra speranza e paura. Speranza in vista della possibile fine della politica economica dell’austerity, paura per ciò che potrebbe accadere sia nel caso di un accordo che nel caso dell’ uscita della Grecia dall’eurozona.  Ma quanto peserebbe, in realtà, l’uscita del Paese dall’Unione?

La Grecia è un paese piccolo che pesa, in tutto, il due per cento del prodotto interno lordo dell’Unione Europea e l’ un per cento della sua produzione manifatturiera. È chiaro che la partita, oltre che economica, è squisitamente politica. Pagare il risanamento e assicurare la permanenza nell’eurozona si inscrive all’interno del tentativo di conformare i paesi europei sul modello neoliberale di “società aperta”. Difficile, dunque, accettare la scelta del premier greco di lasciar decidere al popolo se obbedire o meno ai diktat della Troika.  Sovranità popolare o conformismo eurocentrista? Una cosa è certa la firma o il rifiuto dell’accordo in extremis influirà sulle sorti della Grecia.

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