Happy End: l’ultimo film di Michael Haneke chiude il cerco di un pensiero politico e filosofico provocatorio e necessario sui nostri tempi

Trama del film Happy End di Michael Haneke: La storia di una grande famiglia altoborghese che ha ormai perso i suoi valori. Specchio di una società votata alla falsità, all’egoismo e all’infelicità. Sullo sfondo, Calais, spazio di transito per i rifugiati.

Quando nel 2007 Michael Haneke ripropose nella versione a stelle e strisce il suo Funny games austriaco del 1997, restando fedele non solo a se stesso come regista, ma anche alla sua storyboard, alla sua sceneggiatura e ad ogni angolazione della sua mdp, cambiando solo attori ma riproponendo anche gli stessi dialoghi, ci si domandava se tutta l’operazione non fosse un vicino richiamo di Hollywood al guadagno anziché una furbizia intellettuale.

A quei tempi Haneke sarebbe sembrato un mercenario del suo stesso cinema, pagato per riproporre, espatriato, una delle sue opere più significative e provocatorie.

Da “Funny games” a “Amour”

Che Funny games ormai sia un culto c’è poco da dibattere. Storia di due assassini spietati e annoiati che irrompono in una famiglia borghese in vacanza. Sguardo in camera, rottura della quarta parete, tra filastrocche e preghiere imposte, ci si abitua a spiare la violenza, perché mai in mostra. La violenza come fattore anti-classicista e fuori dal cinema, scarto, recesso, da collezionare più nelle fantasie cerebrali che nello stomaco.

Un film che fu ingiustamente paragonata ad Arancia Meccanica, e che per questo ne soffrì molto. Manifesto contro la visibilità sproporzionata, contro l’osservazione consumistica della società moderna, che non implode mai, ma dello scarto e del torture-porn ne fa un soggetto.

Dopo aver vinto la Palma d’Oro per “Il nastro bianco” (2009) che raccontava delle vittime sacrificali e sacrificate di un sistema educativo ultra-violento in un villaggio protestante della Germania del Nord, diventate carnefici in quella che sarà la follia nazista e aver vinto il premio Oscar per “Amour” (2012), storia d’amore tra un uomo e una donna infestata dall’alzheimer che finirà in tragedia; Haneke ritorna con la sua opera più significativa, Happy end, punto zero e apice di un’intera carriera dettata da un pensiero coerente e da una regia ormai antologica e inimitabile. Un cinema propedeutico e raro.

Il pensiero hanekiano

Che Haneke lo si odi o lo si ami, bisogna accertarsi comunque del fatto che pochi sono gli autori che fanno del cinema una filosofia del pensiero mai genuflessa alla sordida ambiguità del denaro.

Dopo l’Oscar anzi, premio neanche più austero, ma ormai marchetta senza riguardo e senza rigore, Haneke torna con Happy end mettendo un punto, rimanendo saldo controcorrente ai suoi premi di notorietà: un’opera testamento spiazzante e totalizzante che dell’inconsistenza di racconto, di psicologie ne fa il suo cammino.

Racconta di una famiglia borghese in decadenza, il nuovo film di Haneke, ma più che raccontare di singoli o di un microcosmo famigliare altolocato, Haneke ne racconta le escrescenze, come dice infatti l’amante musicista di Thomas in una delle chat spinte e sordide che spiamo mentre il film incalza, “Non ci rimane che un grumo di pelle e ossa”.

Sì, perché i protagonisti zombie dell’ultimo film di Haneke pulsano di morte, si fanno cantori “senza canto” di uno stallo, personaggi classici senza cantarsi, vampiri dopo il sangue, dopo la digestione, come la bambina nipote del mecenate ormai ottantenne di Jean-Louis Trintignant, che filma sua madre dopo averle dato una dose mortale di anti-depressivi e aver ucciso con gli psicofarmaci il suo cricetino.

Gli dei caduti hanekiani si fanno portatori senza direzione di una visione programmatica, come è lo stile di Haneke in questo film più di tutti, significato e significante quindi, che si uniscono indissolubilmente. Ricercano senza consistenza la loro massa, il loro peso di esistenze, essendo solo di superficie, nel simulacrale avvento della morte.

È quasi una coincidenza che Haneke porti al cinema, come poco tempo fa ha fatto Olivier Assayas in “Personal Shopper” con Kristen Stewart, i dispositivi di fruizione ultra-contemporanei. Tra smartphone e tecnologia imperante, Haneke filma arrestando l’idea di comunicazione, come faceva Assayas, annullando l’accostamento tra chi guarda e cosa deve essere guardato. Ma a differenza del suo collega francese non ritroverà mai il battito, la pulsazione forte e istintiva del conscio e nel rapporto intimo e vivo con l’altro evitando l’occhio e il ruolo dello spettatore, ateo della visione dell’oggi.

Happy end, opera di arrivo di un autore raro

Il cinema di Haneke si dilata e diventiamo spettatori-specchio di una sala vuota dove siamo solo similitudini cangianti, miscredenti ancora di possibili visioni liberatorie. Un film che di liberazioni non ne ha, un racconto dopo il racconto, un soggetto scarnificato dal suo contesto che è la storia: gli immigrati che insorgono ben presto in un ristorante durante la festa di fidanzamento di Isabelle Huppert e vengono invitati ipocritamente dopo essere stati cacciati dalla festa.

È lì che Haneke allora non si dimostra più spietato come nelle sue opere precedenti, è lì che insorge la stanchezza dopo la ferocia che dilania tutto il suo capolavoro Happy End ma che rimane sempre ossimoricamente lucida: il discorso dopo l’incursione della verità senza compromessi non permette l’adesione dell’immagine al reale.

L’immagine che rivela la crisi economica, l’interazione sbagliata con l’altro, l’immigrazione incipiente senza una vera integrazione, l’assemblaggio continuo delle aziende e delle industrie per mano della Banca imperante. Il discorso vira indissolubilmente e si sposta inevitabilmente al suicidio, anche esso strozzato. Coito interrotto, reiterazione eterna, eterno ritorno alla vacuità dei nostri tempi. L’immagine ha perso drasticamente il suo Valore.

Con Happy end il nostro ruolo di spettatori finisce. Lo siamo per l’ultima volta mentre maldestramente ci prestiamo alla sua visione, vittime centrifughe della nostra stessa storia.