High Flying Bird: il cinema di Steven Soderbergh girato con l’Iphone

High Flying Bird

High Flying Bird: la recensione del secondo film dopo Unsane diretto da Steven Soderbergh con l’Iphone disponibile dall’otto ottobre su Netflix

High Flying Bird, diretto da Steven Soderbergh, è ambientato durante lo sciopero di una squadra di basket. Segue le vicende di un procuratore sportivo che vuole ingaggiare un giovane giocatore, intravedendo una controversa opportunità per fare affari.

Il cinema di Steven Soderbergh è stato sempre un cinema creduto un cinema divertissement. Un diversivo, un cinema falsificato. Nel senso stretto del termine, che imbroglia, che gioca con lo spettatore, che lo inganna dall’inizio alla fine svelando con compromessi geniali ed esaltanti soluzioni negli ultimi minuti della visione. Questa falsificazione, giusto o meno che possa essere chiamata così, negli ultimi anni Soderbergh l’ha adottata non solo per sviscerare storie e narrare misfatti, ma è figlia soprattutto del suo pensiero di artista, soprattutto del suo modo di riprendere, di intravedere nuovi spazi, nuovi mondi cinematografici legati all’idea di visione. Non è un caso che i suoi ultimi tre prodotti, tolta la parentesi di un ritorno alle radici alla Ocean’s eleven su una rapina nel mondo e nei luoghi delle corse di macchine La truffa dei Logan, siano girate con l’Iphone.

Le opere di Soderbergh girate con l’Iphone

Il primo prodotto, uno televisivo, figlio di un esperimento della HBO, chiamato Mosaic, sorta più che di giallo di investigazione analitica e analogica simile all’ultimo risultato futuristico di Black Mirror, e il penultimo Unsane, thriller ansiogeno e psicologico in un manicomio con la star di The Crown (Claire Foy). È un dato di fatto, che dopo il suo finto abbandono cinematografico, e la sua ultima continua proliferazione di opere a distanza di poco tempo l’uno dall’altra, Soderbergh non sia solo un regista ipocrita e falsificatore, non sia solo uno squattrinato vanesio, ma che abbia l’intelligenza di fare un cinema rivoluzionario, liberatorio e contemporaneo, sfrontato ed eclettico. Di questi ultimi film elencati, Soderbergh ha cambiato davvero poco l’idea di accostarsi al cinema, nel senso del plot, della risoluzione, della trama. Più che altro, ha cambiato il modo di “costringere” il suo cinema, di rilegarlo in quella che è l’industria incontrastata di Hollywood.

La nuova visione “liberatoria” formato smartphone di Soderbergh

È proprio qui che tesi e antitesi si sovvertono, cambiano, acquistano un senso per gli estimatori e per quelli più reticenti al suo cinema diverso. Diverso perché, non solo Soderbergh è passato dall’altra parte della barricata, non solo filma il mondo amatorialmente comunque accompagnato da droni e da mezzi sofisticati che montano e assemblano la pellicola, ma lavora artigianalmenteanche col denaro procuratosi per dirigere.  Tutto low budget, tutto disincantatamente fuori dalla realtà dei grandi registi alla Cameron, Scott, e chi ne ha più ne metta, vicini alle case di distribuzione facoltose e dentro produzioni mastodontiche.

Soderbergh, quando glielo si chiede, risponde che girare per lui con l’Iphone è liberatorio. Immaginate allora un mondo diviso in grande percentuale, quella grande percentuale che ama il cinema classico, che ne simula le referenze, che pur utilizzando il digitale, si finge un cinema uniforme all’idea confusa e fruibile che ne ha lo spettatore, fuori comunque dalla portata dall’artigianato e della verità di uno sguardo tangibile.

Soderbergh, dimostra, con uno smacco fortissimo al resto del cinema, che proprio la grande tecnologia e la grande industria della Apple, potente, esclusiva, seducente per i molti, sia (forse) l’ultima frontiera, l’ultima meta, l’ultima arma da utilizzare per rendere il suo cinema “opaco”. E per opaco si intende individuale, senza il potere dei grandi mezzi, senza la tridimensionalità della finzione, senza l’occhio della sorveglianza delle produzioni, forgiato solo dall’eclettismo del suo autore. Soderbergh si sa, è sovversivo, è l’antitesi stessa delle sue azioni.

Netflix

Soderbergh si dimostra uno degli autori fondamentali del panorama mondiale attuale. Il suo cinema come mezzo per raccontare la libertà della tecnologia al servizio della sana intelligenza. Una sfida per le credenze del cinema odierno

e High Flying Bird

Eppure come dimostra High Flying Bird, sorta di capolavoro, ironicamente e giustamente comprato dal portale Netflix, quasi il punto esclusivo e ultimo di un cinema figlio di un padre singolare (e che padre!), racconto immerso nel mondo del basket durante un logout sportivo, l’acquisizione dei nuovi mezzi di comunicazione può filtrare una realtà, mai così tanto ovvia nello spettacolo di oggi, più di un cinema rapportato alla sua tradizione.+

Insomma, usare la tecnologia bene, in maniera ottimale, per essere liberi, anziché congiurati. La grandezza del cinema di Steven Soderbergh allora sta proprio in questo. Non cambia l’idea di sovvertire le trame, di ritrovare risoluzioni con colpi di scena mordaci, nell’usare un linguaggio semplice eppure complesso infiltrandosi curioso com’è nel mondo dei tecnicismi sportivi, come in quelli di un manicomio e della sua burocrazia, come nella gara tra macchine o nella furbizia immediata di una rapina. Un cinema immersivo che si fa cinema di tutti senza esclusione, immediato, che racconta di claustrofobie, di nepotismo, di perversione, di ingiustizie, ma anche di passione e di voli pindarici di cuori che sognano ancora.

High Flying Bird, allora più che visione, è il mezzo stesso della visione, è il suo significante e non il suo significato, una vera chicca che non dimentica comunque il divertimento. Non lontano molto da quello che è il cinema che ci sembra remoto e perfetto dell’Oliver Assayas di Personal Shopper e di Non-Fiction che ha saputo approcciarsi meravigliosamente alla tecnologia, più nel plot che nella creazione dell’immagine, con intelligenza senza ammaccarla, senza ingiuriarla.

Due grandi registi che ne fanno del loro cinema un saggio-testimonianza per il futuro (possibile).