Jeremy Corbyn vuole mantenere un’unione doganale dopo la Brexit



Il leader del Labour Party ha aperto alla possibilità di un’unione doganale con la UE dopo la Brexit, aumentando la pressione sulla premier Theresa May

In un discorso all’Università di Coventry, Jeremy Corbyn, leader dei socialisti britannici, si è espresso favorevolmente ad un’unione doganale con l’Unione Europea nello scenario post-Brexit. La dichiarazione fa un po’ di chiarezza sulla linea dei laburisti, da sempre confusi e divisi sulla Brexit nonostante la loro posizione pro Remain. Questa posizione scioglie finalmente dei nodi e va nella direzione di un rifiuto di una linea dura riguardo il confine nordirlandese, da tempo oggetto di dibattito e di pressione da parte dell’UE.

I laburisti cercheranno di negoziare una nuova esaustiva unione doganale Gb-Ue per assicurare che non ci siano dazi con l’Europa” ha detto Corbyn. “Non ha senso“, ha aggiunto, intestardirsi contro “regole commerciali libere da dazi che hanno funzionato così bene“. Finora i laburisti si erano detti contrari a un’unione doganale con l’Ue dopo la Brexit, un’eventualità che il fronte pro-Brexit considererebbe “un tradimento” del referendum.

Per il leader della sinistra britannica, l’unione doganale aumenterebbe anche il potere del Regno Unito in politica estera, dato che assicurerebbe che “Londra abbia voce in capitolo nei futuri accordi commerciali“. L’unione eviterebbe anche scosse nell’economia interna: “la priorità dei laburisti è avere l’accordo migliore per garantire l’occupazione e gli standard di vita”, ha infatti concluso Corbyn.

Certamente è facile vedere anche, nella posizione di Corbyn, un tentativo di mettere in crisi Theresa May alimentando la fronda interna al Partito Conservatore. Se infatti alcuni dei Conservatives appoggiano la linea dura della premier, sempre più numerosi sono coloro che auspicano un soft Brexit e in questa direzione intendono lavorare, se necessario anche contro la May.

Con questa mossa, Corbyn fornisce un assist parlamentare ai dissidenti dei Tories, indebolendo la leadership di Theresa May, fortemente ridimensionata dopo le elezioni dell’ultimo anno e dal pessimo andamento dei risultati con la UE.

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