28 Novembre 2017 - 13:47

Killing in the name dei Rage Against The Machine

killing in the name

“Killing in the name”, brano del 1999 dei Rage Against The Machine, come protesta contro le forze dell’ordine statunitensi

“Killing in the name” (“Uccidere per conto di qualcuno”), brano del 1999, è una delle canzoni più emblematiche dei Rage Against The Machine. Testo e musica di Tom MorelloZack de la Rocha, la canzone urla contro le forze dell’ordine statunitensi dopo che si era sparsa la voce che alcuni di loro fossero seguaci del Ku Klux Klan.

“Killing in the name of!”

“Uccidere per conto di qualcuno!”. Per conto di chi uccidono le forze dell’ordine? Per la giustizia o per la pace? O per qualcosa o qualcun altro? In quel periodo, infatti, ovvero nella fine degli anni novanta, si era sparsa la voce che alcuni membri della polizia fossero seguaci del Ku Klux Klan. E’ già chiaro sin dall’inizio il carattere antirazzista del brano.

“Some of those that work forces are the same that burn crosses”

“Alcuni di loro che lavorano per le forze sono gli stessi che bruciano le croci”. E’ in questo verso, ripetuto più volte durante la canzone, il chiaro riferimento al Ku Klux Klan. Infatti, il simbolo del KKK è proprio una croce che brucia. Tutto è pregiudicato. Il sistema è ormai compromesso.

“And now you do what they told ya but now you do what they told ya well now you do what they told ya”

“E ora fai ciò che ti hanno detto!”. Ripetuto ben undici volte. Ora la società si sta conformando. La paura cresce e proprio per non andar contro ai potenti li assecondano per non subirne ripercussioni. Concetti che si collegano perfettamente agli scopi del KKK.

“You justify those that died by wearing the badge, they’re the chosen whites”

“Tu giustifichi coloro che sono morti per aver indossato l’emblema della nazione, sono i bianchi eletti”. Ennesime giustificazioni per ribadire il concetto sbagliato che ciò che si fa in nome della propria nazione è lecito.

“F**k you, I won’t do what you tell me””

“V********o, non farò ciò che mi dite!”. E’ questo il grido finale ripetuto otto volte. La musica come baluardo contro le ingiustizie e le follie che affliggono la società moderna.