La ragazza nella nebbia – la messa in scena della superbia

La ragazza nella nebbia

La ragazza nella nebbia: la recensione del thriller opera prima di Donato Carrisi che mostra la messa in scena della superbia

La ragazza nella nebbia, thriller firmato Donato Carrisi e tratto dal romanzo fonte della stessa mano, porta in scena la cittadina ormai solitaria di Avechot. È proprio tra la nebbia che avvolge la cittadina, infatti, che una sedicenne scompare improvvisamente a pochi giorni da Natale nei 300 metri che intercorrono tra la sua casa e la chiesa della confraternita, dove trascorreva la maggior parte della propria vita.

È così che l’ispettore Vogel, rintanato nello studio dello psichiatra Jean Reno a fronte di un misterioso incidente stradale, colto dall’amnesia per il trauma appena subito e ancora inspiegabilmente sporco di sangue, si fa narratore della sua ultima indagine.

Anna Lou, rossa e lentigginosa e con una candida passione per i gatti e le perline, non può essere scappata di casa. È una vittima, e bisogna agire di conseguenza per trovarla. Un caso perfetto per Vogel, interpretato da un Toni Servillo ancora intrappolato nei personaggi sorrentiniani e che si serve, senza pensare troppo al dolore della famiglia della ragazza o alle eventuali conseguenze, dei media, dando il via alla creazione del suo pubblico. Tra le descrizioni fin troppo letterarie e fin poco cinematografiche, Servillo cerca di arrampicarsi verso l’innalzamento del suo personaggio rischiando in prima linea e portando a casa, o meglio, ai suoi amati spettatori, il suo bottino. È qui, dove sembra che tutti i pezzi del puzzle siano in ordine, che Carrisi decide di prendere una strada totalmente differente, facendo cadere Vogel che aveva ormai raggiunto la vetta e introducendo un nuovo personaggio, un “imprevisto”, sia per la storia che per l’interpretazione di Servillo: il professore per lavoro ed escursionista per passione Loris Martini, interpretato da Alessio Boni.

La svolta moralista e il metacinema

Il giallo, presentato come classico rifacimento dei tanti precedenti e che nella prima parte segue a grandi linee le orme di David Lynch in Twin Peaks, nella seconda parte si trasforma in una sorta di narrazione documentaristica, in un thriller barocco-neorealista, spostando i riflettori dalla pura Anna Lou al presunto assassino. Presunto sì, perché l’ispettore Vogel non ha bisogno di prove scientifiche, ma di accattivare il pubblico e renderlo partecipe nella carneficina del mostro. È così che la vita del professore viene fatta in frantumi come solo i media sanno fare, come avevano già fatto con il famoso caso del mutilatore, dove un uomo innocente era stato incolpato dallo stesso Vogel e poi scagionato dalla giuria con tanto di risarcimento in denaro. Un po’ per i media che cominciano a puntare il dito contro l’ispettore, un po’ per il fallimento precedente, Vogel ha qualche ripensamento. È qui che si ha un incontro divinità-imputato, dove il primo si fa portavoce del giudizio universale venendo stroncato dal professore, un uomo qualunque che ha capito le regole del gioco, un Alessio Boni che dimostra la sua grandezza senza l’egocentrismo o la teatralità fasulla di Servillo. Uno scontro a chi è più superbo.

Quello che in partenza doveva essere un thriller diviene tutt’altro. Si capisce sin dall’inizio che Carrisi non vuole raccontare la storia di una ragazza scomparsa, bensì una storia dall’intento ben più profondo, impregnata di morale. Carrisi, però, finisce per peccare di superbia come i suoi personaggi. Pecca di superbia nel voler fare tutto da solo, facendo sì che la storia risulti troppo perfetta, perdendo l’imperfezione che caratterizza un buon giallo. Se l’idea di base risulta a tratti geniale, la resa cinematografica, studiata fin troppo nei minimi dettagli, rende lo scioglimento dell’enigma prevedibile e, soprattutto nella seconda parte, il montaggio delle scene confusionario. La morale volontariamente di nicchia diviene realmente poco credibile, farlocca come farlocco è il personaggio di Servillo. Il superbo tentativo di fare metacinema, allora, non può che portare Carrisi alla carneficina dei suoi stessi personaggi.