Lavoro: quando occupazione e pensioni diventano una concessione e non un diritto



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Il lavoro è ormai un’utopia, come si evince anche dai dati Istat. Quali conseguenze ci possono essere per occupazione e pensioni?

Il lavoro, soprattutto negli ultimi quattro anni di gestione Letta – Renzi – Gentiloni, è stato sempre un punto dolente per la nostra Italia a causa della visione poco lungimirante dei governanti di turno.

In questi giorni, con i consueti richiami alla disoccupazione da diverse parti – purtroppo non ascoltati – e la problematica pensioni all’ordine del giorno, si è creata una situazione più unica che rara tanto da emergere con forza su tutti i media nazionali.

Infatti, tanto per la nuova indagine Istat – in cui finalmente si traccia un quadro più realistico del nostro Paese (con il lavoro immancabilmente legato alla famosa spintarella) – quanto per la discussione sull’innalzamento pensionistico, ognuno ha cercato di dare una soluzione, almeno a parole, senza considerare ciò che si presenta sul territorio nazionale.

Le due tematiche, per nulla disgiunte fra loro, mettono in evidenza – con una certa forza – due elementi specifici che sottolineano come tutto ciò che è stato fatto nel giro di cinque anni e mezzo (partendo dal periodo Monti) ha creato un vero e proprio paradosso irrisolvibile nel breve periodo.

Considerando l’ambito giovanile del lavoro, quello cioè considerato dalla nuova indagine Istat, si può dire che quanto scoperto dall’ente statistico è il più classico segreto di pulcinella.

Ciò che è stato descritto, difatti, rappresenta la diretta conseguenza di una riforma – il Jobs Act – che da un lato ha portato ai massimi livelli la furbizia italica e dall’altro ha definitivamente immerso la maggioranza della gente in un mondo di precarietà continua.

Questo dato è visibile tanto dalla più comune raccomandazione – come raccontato dall’Istat – , divenuta una normalità se si vuole ottenere e mantenere un posto di lavoro, quanto dall’impossibilità di programmare la propria vita a causa di un’incertezza continua.

Il discorso sull’attività lavorativa porta direttamente a quello sulle pensioni che risulta essere, in maniera più che logica, una sua diretta conseguenza.

L’aumento a 67 anni, più che dalle aspettative di vita, è dettato dall’entrata nel mercato del lavoro della nuova forza contributrice.

Se questa, però, stenta a trovare un’occupazione e per di più tende ad orientarsi su qualsiasi lavoro, spesso e volentieri in nero, non ci sarà mai una reale forza economica per sostenere la fine attività di tutti gli altri.

Con la campagna elettorale ormai cominciata, quindi, tutte queste tematiche ritorneranno alle orecchie dei più nei prossimi mesi – con furbate quali il rinvio della discussione sulle pensioni a dopo le elezioni – ma chi subisce e ha subito gli effetti di decisioni poco vicine alla popolazione ha realmente poco tempo da sprecare.

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