Lou Reed, due anni fa moriva il Poeta Maledetto di NY



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Due anni fa moriva Lou Reed, storico leader dei Velvet Underground. Genesi, evoluzione e ricordo di una delle figure artistiche più influenti degli ultimi cinquant’anni.

Chi erano i Velvet Underground?

Luca Valtorta, in uno speciale di Repubblica XL del 2010, li definì “degli stronzi”, e non aveva tutti i torti.

Nel 1966, un ex enfant prodige della musica classica e un poeta appena laureato in scrittura creativa scoprirono di avere molte cose in comune – la passione sfrenata per le droghe, soprattutto pesanti, e per il sesso – e di poter unire le proprie particolarità per creare qualcosa di mai visto, né sentito. John Cale e Lou Reed hanno combinato le competenze classiche del primo e le capacità letterarie del secondo, macchiandole di una sfumatura rock’n’roll, dando origine ad un fenomeno senza precedenti: “Volevamo spingerci oltre i Beatles? Certo. Oltre Bob Dylan? Assolutamente. E lo abbiamo fatto”.

C’è chi li definì dei drogati perditempo, chi credeva avrebbero superato i Rolling Stones.
In realtà, il fenomeno Velvet Underground ha avuto vita breve e popolarità quasi del tutto inesistente, almeno fino a quando il magnate della pop art non li ha presi sotto la propria ala protettiva, facendo di un gruppo di tossici disadattati delle star: i Velvet Underground vennero risucchiati nella Factory di Andy Warhol. A distanza di quasi cinquant’anni, l’album “The Velvet Underground & Nico” – prodotto, appunto, da Warhol – resta uno dei capolavori assoluti della musica contemporanea, immortale e innovativo.
Droga, perversioni sessuali, prostituzione, suicidio e morte: temi tutt’altro che leggeri penetrarono nello scenario artistico e culturale degli anni Sessanta e Settanta, creando una frattura nel concetto stesso di arte: quel che il mondo non diceva e non voleva vedere, i Velvet Underground lo portavano sul palcoscenico.

Diciamolo: i Velvet Underground – e in particolar modo il loro leader, Lou Reed – non hanno goduto di popolarità e fama. Ostili, sinistri, chiusi in un mondo unicamente loro ed invalicabile, negli anni della Rivoluzione del Sessantotto e della libera espressione amorosa, i Velvet Underground giravano fra le strade di New York bardati di nero, gli occhiali da sole scuri a celare uno sguardo schifato, cattivo, amorale.

Odiavamo gli hippy, eravamo l’esatto opposto. Ci vestivamo di nero, loro tutti colorati. Noi con gli stivali, loro a piedi nudi. Loro credevano nel libero amore, noi nel sadomasochismo, niente amore, zero sesso. Loro prendevano acidi. Noi anfetamine. Loro non leggevano, noi eravamo piuttosto istruiti. Loro proclamavano pace e amore. Noi mandavamo a fare in culo

Questa citazione ben chiude il cerchio: i Velvet Underground erano degli stronzi, e potevano permettersi di esserlo.

Velvet Underground e Nico,1967.
Velvet Underground e Nico,1967.

Il già citato Lou Reed, in particolar modo, non s’è impegnato più di tanto per farsi amare dal pubblico: scontroso, egoista, invidioso, aveva da ridire su chiunque e su qualunque cosa. Molte delle icone musicali dagli anni Settanta in poi – David Bowie, produttore di “Transformer”, Patti Smith, lo stesso John Cale – son dovuti passare sotto il ferreo ed aspro giudizio di Lou, che ben conosceva l’impalpabile potenza delle parole e l’ha sfruttata a proprio piacimento, sino a diventare un Poeta Maledetto, un Dante nostrano che ha ripescato il proprio Inferno per farne una produzione musicale invidiabile, spesso mal compresa, troppo dura e graffiante per poter davvero piacere.

Lou Reed era, è e sarà sempre, dunque, un borioso, odioso arrogante privo di alcuna gentilezza, un uomo che s’iniettava eroina sul palco e cantava di spaccio, mostrando “il lato selvaggio” del mondo; ma ciò nonostante – o forse, proprio per questo – viene ancora osannato, anche a due anni di distanza dalla morte, come uno degli artisti più rivoluzionari del secolo.

Ci sono esperienze che hanno piegato la mente di Lou: l’elettroshock, a soli quattordici anni, nella clinica psichiatrica in cui i familiari l’avevano spinto, sperando di “curarlo” dalle tendenze bisessuali manifestate. L’incontro con John Cale, con il quale avrà sempre un rapporto al limite dell’assurdo, eternamente combattuto tra l’amore fraterno e l’odio più competitivo.

La Factory, l’esplosione della propria sessualità e dell’eroina – “it’s my wife and it’s my life” – il rancore e la devozione verso Warhol, che tentò di renderlo un divo distorto da copertina e gli ha aperto le porte del successo. La separazione dai Velvet Underground e il tentativo di una carriera da solista deludente, controproducente, poco apprezzata – a stento, secondo la critica, si salvano il concept album Berlin e il live Rock’n’Roll Animals, famoso per lo splendido intro che accompagna “Sweet Jane”.

L’autodistruzione, la nevrosi e la produzione di album apparentemente senza seguito e senza alcuna armonia: Metal Machine Music, definita da molti “una porcheria di solo rumore”.
Le relazioni finite, interrotte bruscamente. L’incontro con Laurie Anderson, nel 1992, che rivoluzionerà la sua vita, facendogli aprire occhi e cuore: al mondo non c’è solo sofferenza.

Proprio grazie a Laurie Anderson, Lou scoprirà la propria vena più profonda dal punto di vista musicale: tramite colei che gli rimarrà accanto fino alla morte, l’ex leader dei Velvet Underground avvierà numerose collaborazioni artistiche d’alta qualità: John Zorn, Wim Wenders, Ornette Coleman, Fernanda Pivano, Philip Glass. Una scoperta tardiva, certo, ma che ha regalato al mondo una versione di Lou Reed molto diversa da quella cui il pubblico era abituato: non più il drammatico, incostante e strafottente eroe dei sottoborghi newyorkesi, ma un musicista dal talento indiscutibile che ben si adatta allo scenario della cosiddetta musica colta.

Poi, nel 2013, la malattia: un cancro al fegato costringe Lou a sottoporsi ad un trapianto. Dopo un iniziale periodo di ripresa, la malattia lo debiliterà al punto tale da ucciderlo, il 27 ottobre di quello stesso anno. Quel che stupisce, se si ripensa a quella fredda domenica mattina (…che ironia), è l’affetto e l’amore che hanno accompagnato il trapasso di Lou: artisti di ogni genere – Iggy Pop, Salman Rushdie, Patti Smith, David Bowie, Peter Gabriel, Debby Harry, e molti altri – hanno commemorato la vita di quest’incredibile artista con foto, addii sinceri e toccanti.
Molte di queste figure non ebbero un buon rapporto con Reed, eppure ancora adesso lo ricordano come “un maestro, un visionario, un artista vero”. Perché?

Perché Lou Reed, sotto la spessa cortina di strafottenza, egomania e antipatia, ha mostrato tutta la propria umanità. La vera essenza di una rock star che non ha mai chiesto di essere tale, ma di fatto ha dettato legge nella produzione musicale degli anni successivi ai Velvet Underground. La natura di un uomo che ha nobilitato l’uso di droghe, il sesso, la sodomia, la misoginia, il suicidio, rendendo esplicito ciò che la società non voleva ascoltare: questi sono e saranno sempre parte del genere umano. Inutile chiudere gli occhi e far vinta di non vedere che il mondo, la società, ogni minuscolo, insignificante individuo ha dentro di sé luce e buio.

Oggi è il secondo anniversario della sua morte, eppure egli continua a vivere nel ricordo di chi ancora ascolta i suoi brani, avulsi da tempo e spazio, e in quello di Laurie Anderson che, il 27 ottobre 2013, gli diede sommessamente addio, dopo vent’anni di relazione.

La scorsa primavera, all’ultimo minuto, ha ricevuto un trapianto di fegato che sembrava aver funzionato completamente e ha riguadagnato istantaneamente la salute e l’energia. Poi anche quello ha cominciato a funzionare male, e non c’era via di scampo. Quando il dottore ha detto: “È finita. Non ci sono più opzioni”, l’unica parte che Lou ha sentito era “opzioni”. Non si è dato per vinto fino all’ultima mezz’ora della sua vita, quando improvvisamente lo ha accettato: all’improvviso e completamente.

Eravamo a casa. Lo avevo portato via dall’ospedale qualche giorno prima. E anche se era molto debole, ha insistito per uscire fuori nella luce accecante del mattino.

Come persone use alla meditazione, eravamo preparatiLou Reed e Laurie Anderson. per questo: come muovere l’energia dalla pancia fino al cuore e poi spingerla fuori dalla testa. Non ho mai visto un’espressione così piena di meraviglia come quella di Lou quando è mor
to. Le sue mani stavano facendo la forma 21 del Tai Chi, quella dell’acqua che scorre. I suoi occhi erano spalancati. Stavo tenendo tra le braccia la persona che amavo più di ogni altra cosa al mondo e le parlavo mentre moriva. Il suo cuore ha smesso di battere. Non aveva paura. Ero riuscita a camminare con lui fino alla fine del mondo. La vita – così bella, dolorosa e spettacolare – non può dare qualcosa più di questo. E la morte? Penso che lo scopo della morte sia la realizzazione l’amore
“.

Sono solo due anni dalla sua scomparsa. Sembrano niente, sembrano un’infinità.
Ciao, Lou.

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