Men in Black International è stato il primo film proiettato in anteprima al Giffoni Experience. Ecco la recensione di Zon.it

Men in Black International è un tuffo nel passato ma regge difficilmente il confronto con la nota trilogia. La prima differenza è sicuramente nel cast: per i più affezionati non sarà facile un MIB senza gli agenti K (Tommy Lee Jones) e J (Will Smith). Tra i protagonisti di questo quarto film infatti troviamo Chris Hemsworth e Tessa Thompson, che interpretano gli agenti H e M. L’attesissimo spin-off è stato poi diretto da F. Gary Gray e scritto da Art Marcum e Matt Holloway.

Trama

La storia è quella di Molly, la futura agente M, che nel 1996, all’età di 10 anni, vede per la prima volta gli uomini in nero in azione per difendere lei e la sua famiglia da un cucciolo di alieno, nascosto nella sua stanza. La piccola vedrà così i suoi genitori essere “spara-flashati” per dimenticare tutto. Da allora, restando affascinata da quegli eleganti uomini, le proverà tutte pur di capire chi sono e dove lavorano. 20 anni dopo il suo sogno si avvera e grazie alle sue abilità informatiche, riesce a trovare il quartier generale di New York.

Dopo aver dato prova del suo coraggio, viene messa in prova dall’agente O e mandata a Londra, dove si sospetta che qualcosa non vada come dovrebbe. Qui incontra l’agente H, affascinante e noto per aver sconfitto 3 anni prima dei pericolosissimi alieni. Insieme lavoreranno per sconfiggere una difficile minaccia, instaurando una bella amicizia.

Il politically Correct e il confronto perso con gli altri MiB

Men in Black International è sostanzialmente un film senza pretese, con una sceneggiatura molto banale e personaggi poco caratterizzati; tra una scena e l’altra non si riesce a ritrovare quella sinergia che è alla base del primo film e che probabilmente era l’obiettivo di chi a ideato e scritto il film. Si offre perciò a un pubblico di bambini e genitori che vogliono trascorrere una serata in tranquillità.

Inoltre è impossibile non notare la vena politically correct in un periodo dove le lotte per i diritti delle donne sono all’ordine del giorno. Proprio per questo la scelta di una protagonista donna per affiancare Chris Hemsworth e l’inserimento di una battuta sul finale che richiama proprio questo passaggio. L’agente H infatti esordisce dicendo: “We are Men in Black, rather Men and Women in Black”.

Siparietto femminista anche la vestizione di M con tanto di monologo dell’altra protagonista, l’agente O. Entrambe incarnano un prototipo di donna superiore agli uomini, che nel frattempo sembrano quasi tutti bellocci senza cervello. Esempio lampante di questa rilettura femminista è il protagonista del film, che va in giro a combinare guai che gli altri poi devono risolvere. Visione distorta quindi dei due universi; per dare forza a quello femminile, si perde quello maschile: tutto confezionato in una serie di cliché.

Cosa si salva?

Altra importante pecca è la sceneggiatura: battute inconsistenti e banali che alla fine hanno normalizzato tutto ciò che c’era di esplosivo e pericoloso. Sia gli alieni che i personaggi non incutono più alcun timore, affievolendo sempre di più la venatura horror che colora l’intera saga. Una scoloritura però già percepibile nel secondo e terzo capitolo, che in questo spin-off arriva ad un livello ancora più basso.

Anche registicamente non c’è nessuna scena che riesce a colpire lo spettatore o che fa risaltare in maniera particolare le performance attoriali. Forse due sono le scene che possono vantare qualche particolarità stilistica: quando M inizia il suo percorso nei MiB e viene vestita e l’arrivo a Napoli.

Si perde quindi la vena ironica e grottesca che MiB ha portato negli anni ’90 per la prima volta nella science-fiction. L’unica scena più chiaramente legata alla saga è girata nel cuore di Londra, quando i due agenti devono affrontare due terribili alieni, estraendo armi sempre più potenti da varie parti della macchina.

Una delle poche cose che si salvano dal film sono gli effetti speciali e la coerenza con il titolo. Quest’ultimo Men in Black è infatti proprio internazionale, essendo stato girato in cinque paesi diversi: Londra, New York, Napoli, Marrakech e Parigi.