L’orrore nell’arte. L’iconografia dell’inconscio



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Dalì, Il volto della guerra

L’orrore nelle opere d’arte di ieri e di oggi. Una lunga storia di immagini dal Medioevo al Novecento

L’arte ha espresso nel corso dei secoli bisogni, necessità, desideri, ma anche paure degli uomini, e  l’orrore è stato il protagonista di molte opere lungo l’asse del tempo.

Grandi maestri e celebri opere, in pittura e in scultura, hanno avuto un soggetto d’eccezione: l’orrore. Molti personaggi oggetto di miti, come Saturno, dio degli Inferi, oppure l’omologo egizio Anubi, o Laoconte, sacerdote greco, bene si prestavano ad una rappresentazione della morte, e del tragico in generale.

L’interesse per una drammatizzazione artistica comincia già nel Medioevo. Antesignano della maestria giottesca, fu Cimabue, ma anche i precedenti maestri delle croci dipinte, con le rappresentazioni del Christus Patiens, il Cristo sofferente. La maturazione della drammaticità artistica si avrà nel pieno XVI secolo, a partire da Michelangelo e ancor di più con Caravaggio, maestro dei chiaro scuri italiani e dell’inquietudine, rappresentati nella sua Testa di Medusa del 1597.

Il viaggio all’interno dell’arte alla ricerca dell’orrore prosegue nell’inquieto XVII secolo, con la ricerca introspettiva offerta dalla fiorente scuola fiamminga, di cui grande esponente è stato Pieter Paul Rubens. La Medusa, ancestrale simbolo di mostruosità viene offerta dal maestro olandese in una nuova e più terrificante versione, una testa dai capelli serpentiformi priva di collo e con gli occhi sbarrati.

Procedendo nel tempo, il XVIII fu un secolo ricco dal punto di vista della rappresentazione dell’inconscio mostruoso, campioni di una rappresentazione stilistica di grande impatto furono: lo svizzero Johann Heinrich Füssli, e lo spagnolo Francisco Goya, emblemi dell’inquietudine preromantica.

Füssli nel 1781 consegna alla posterità l’Incubo, un’opera dallo straordinario impatto visivo. Le visioni oniriche erano state sempre presenti nell’iconografia dello svizzero, per le quali si era ispirato al Paradiso Perduto di Milton.

Più sottile e penetrante è l’opera di Goya, Il sonno della ragione genera mostri, opera allegorica come lo stesso maestro ci testimonia in un suo scritto:  « La fantasia priva della ragione genera impossibili mostri: unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie ».

L’orrore nel Novecento

Il Novecento, secolo delle avanguardie e di un sentire allucinato ci porta nell’universo dell’orrore senza edulcorazioni.

L’Urlo di Edward Munch è forse l’opera più nota da questo punto di vista, e nasce dalla percezione diretta del pittore, in una sera qualsiasi; i colori mescolati, quasi a rendere il coagulo del sangue, unitamente all’esile figura ci danno l’esatta rappresentazione di un urlo.

Campione e maestro dello strano e del diverso è Salvador Dalì, il suo contributo alle visioni del subconscio è stato notevole. La sua opera Il volto della guerra, opera del 1940, è l’emblema della scarnificazione umana provocata dal secondo conflitto bellico, e Dalì la colse senza sconti: un grande teschio, in mezzo ad una landa desolata, la morte ne è la protagonista, continuamente riflessa nei concavi oculari e nella bocca.

Il cammino dell’orrore nell’arte si conclude qui, la sintesi di tutto un percorso ce la offre Baudelaire con il testo I Fari, contenuto nelle Fleurs du Mal, nel quale vengono passati in rassegna i grandi pittori del passato e della contemporaneità del poeta, nel segno della follia e dell’estrarre la bellezza dal male.

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