Parasite: il cinema sociale di Bong Joon-Ho e il mash-up di generi



Parasite
Immagine da trailer YouTube

Dopo la Palma D’Oro a Cannes, Parasite approda nei cinema di tutta Italia. Raccontando una storia unica nel suo genere, che risulta agghiacciante

Quando parliamo di cinema, in genere, ci si sofferma solamente alle pellicole provenienti dall’Ovest del mondo. Hollywood muove i fili di una macchina che sta scivolando lentamente verso la mediocrità, senza possibilità di salvarsi. Ma la settima arte non è solo l’Occidente. C’è tutto un mondo da scoprire ad Est, un mondo fatto di registi che non hanno nulla da invidiare ai corrispettivi occidentali. Un esempio sono Kim Ji-Woon, Sion Sono, Park Chan-Wook e Bong Joon-Ho. Quest’ultimo ha stagliato la sua ultima pellicola, Parasite, alla scorsa edizione del Festival di Cannes, sbaragliando la concorrenza.

Il suo è un cinema del tutto particolare, che fa della parte sociale della Corea il suo soggetto principale e che racconta in lungo e in largo una realtà a noi astrusa, del tutto fuori dal nostro concetto. Una realtà fatta di apparenze, di inganni, di una disparità incredibile tra classi che permeano l’ambiente dell’intera nazione. Il cinema di Bong Joon-Ho regala sorrisi beffardi, racconta con ironia pungente e con sarcasmo intelligente la preoccupazione per un futuro (quello della nazione coreana) che sembra sempre più nero.

Il regista non è longevo, ma ha cominciato a fare cinema solo dagli anni 2000. Fin dal suo primo lavoro, però, tale Barking Dogs Never Bite, gli spettatori sono riusciti a intravedere qualcosa in lui. Un talento innaturale nel delineare situazioni al limite del surreale inserite in un contesto del tutto ordinario, e proprio per questo verosimili. Soprattutto, è in grado di raccontare uno spaccato di realtà asiatica davvero duro, con quel contrasto tra ricchi e poveri che all’alba del nuovo millennio sembra sempre più accentuato.

E proprio da qui parte Parasite, dal conflitto più antico del mondo, espandendosi poi in un turbinio di vicende incastrate perfettamente.

Vivere da ricchi non è mai stato così facile

Lo scenario di Parasite è tutto da collegare alla Corea Del Sud e alla sua magnifica capitale, Seoul. Qui veniamo subito instradati nelle vicende di Kim Ki-taek (l’attore-feticcio Song Kang-ho), autista disoccupato, e della sua famiglia. Questi ultimi sono in uno stato di totale degrado, in quanto vivono in uno scantinato guadagnandosi da vivere piegando i cartoni della pizza. Loro praticano “l’arte dello scrocco” ogni giorno, approfittando del wi-fi del bar affianco, cogliendo ogni opportunità possibile.

Un giorno, però, a loro si presenta un’opportunità da non perdere. Al primogenito della famiglia, Kim Ki-woo (Choi Woo-shik), viene infatti offerto di fare da insegnante di matematica privato alla figlia di una famiglia ricca, i Park. Falsificando i documenti per il proprio titolo di studio, Ki-woo riesce ad accaparrarsi il lavoro. Una volta accertata l’ingenuità della famiglia, con l’aiuto della sorella riuscirà ad introdurre alle dipendenze della famiglia ricca anche sua madre e suo padre. Questi faranno di tutto per sfruttare la situazione a proprio vantaggio e vivere da nababbi.

Ma il pericolo è dietro l’angolo. Tra paradossi e situazioni grottesche, Parasite ci ricorda che c’è sempre chi è più povero di te ed è pronto a fregarti appena possibile. E la situazione si risolverà in maniera estrema.

La commistione di generi

Quello che salta subito all’occhio guardando Parasite è come questo non abbia una natura ben precisa. Bong Joon-ho riesce a creare una pellicola che va oltre i generi, operando una commistione in modo assolutamente sopraffino. Durante la sua evoluzione ci accorgiamo che il regista coreano parte da una commedia classica per portarci ad un dramma intenso, incuriosire la trama con le logiche del thriller hitchcockiano ed esplodere di rabbia in un finale dal sapore quasi orrorifico, nerissimo e incredibilmente crudo.

Un climax assolutamente perfetto, che agisce in modo preciso per il vero obiettivo del film: fare un ritratto sociale ferocissimo e una riflessione politica amarissima su una nazione (e su un mondo) dove ormai la classe media è completamente scomparsa. Dove vi è ormai solo il dualismo tra ricchissimi e poverissimi. E dove questi si riescono a distinguere “dall’odore del piscio” che emanano. E il regista ci riesce in maniera perfetta, donando al film quella vena grottesca nei dialoghi che fa sì ridere, ma che l’attimo dopo entra nelle ossa e riesce a gelare gli spettatori.

Parasite non annoia affatto. Anzi, con i suoi continui plot twist si dimostra un film in grado di tenere la tensione sempre altissima, di catturare lo spettatore frame dopo frame. Certo, il lato tecnico aiuta tantissimo per lo scopo. Se la regia di Joon-ho riesce ad essere cristallina, i picchi maggiori si hanno nella fotografia, ruvida o raffinata a seconda di ciò che la vicenda racconta, e nella scenografia, costruita ad hoc per delineare il conflitto. Il montaggio, poi, racchiude perfettamente questo tripudio di tecnica regalandogli il sacrosanto timing.

Un film che ha le sembianze del gioco delle scatole cinesi. Parassiti dei parassiti che svelano altri parassiti. Un continuo sconvolgimento di fronte dove si assiste ad un mash-up tra cinema d’essai d’altissimo livello e cinema d’intrattenimento.

Il miglior film dell’anno

Ci sono molte ragioni per cui Parasite si può definire il miglior film dell’anno. In primis, perché riesce a raccontare in maniera chiara e diretta un’intera realtà. In secundis, perché lo fa devastando l’anima dello spettatore, rendendolo da una parte incredulo per ciò che vede, dall’altro disturbato in quanto consapevole che la situazione è proprio quella descritta dal film.

Una pellicola che incomincia in maniera tranquilla e come un tifone finisce per devastare tutto ciò che ha attorno. Parasite è un film sulla condizione umana, su un sistema marcio e corrotto fino al midollo che guarda in maniera beffarda, ridendo, le sue vittime (ricchi e poveri) scannarsi per un tozzo di pane. La cecità della locandina non è un caso: tutti i personaggi appaiono accecati dal denaro, che nel frattempo prolifera senza nessun problema e mangia come un cancro le sue vittime insinuandosi nelle loro teste.

Probabilmente è proprio lui il vero parassita” di cui Bong Joon-ho vuole parlarci nel suo film. Il vero colpevole, il vero deus ex machina di questa strage. E riesce a farlo in una maniera semplicemente stratosferica.

Dunque, è lecito dire che non siamo davanti ad “un bel film”. Siamo dinanzi a un capolavoro immane, probabilmente il migliore dell’anno. Fatevi un favore: regalatevi due ore e dodici minuti del vostro tempo e guardate Parasite.

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